RETI INVISIBILI











ESEMPI

UOMINI E DONNE CHE CON LA LORO OPERA HANNO RAPPRESENTATO E RAPPRESENTANO I PRINCIPI SUI QUALI SI FONDA "LA LOKOMOTIVA":LIBERTA', UGUAGLIANZA, FRATELLANZA, SOLIDARIETA', RISPETTO PER IL PROSSIMO.
 

ANDREA PAOLUCCI e LINO SERILLI
 
SAN FRANCESCO DA ASSISI
 

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ILARIA ALPI

www.ilariaalpi.it
 
ERNESTO "CHE" GUEVARA
 
ANNA POLITOVSKAYA

Anna Politkovskaya, giornalista russa famosa in tutto il mondo per i suoi reportage sugli orrori della guerra in Cecenia e gli abusi compiuti dalle truppe federali. La donna è stata trovata morta nell'atrio dell'edificio in cui viveva da una vicina.


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GIOVANNI FALCONE
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Biografia del giudice Giovanni Falcone

Nato a Palermo (via Castrofilippo) il 20 maggio 1939, da Arturo, direttore del Laboratorio chimico provinciale, e da Luisa Bentivegna, Giovanni Falcone conseguì la laurea in Giurisprudenza nell'Università di Palermo nell'anno 1961, discutendo con lode una tesi sull' "Istruzione probatoria in diritto amministrativo". Era stato prima, dal '54, allievo del Liceo classico "Umberto"; e quindi aveva compiuto una breve esperienza presso l'Accademia navale di Livorno.
Dopo il concorso in magistratura, nel 1964, fu pretore a Lentini per trasferirsi subito come sostituto procuratore a Trapani, dove rimase per circa dodici anni. E in questa sede andò maturando progressivamente l'inclinazione e l'attitudine verso il settore penale: come egli stesso ebbe a dire, "era la valutazione oggettiva dei fatti che mi affascinava", nel contrasto con certi meccanismi "farraginosi e bizantini" particolarmente accentuati in campo civilistico.
A Palermo, all'indomani del tragico attentato al giudice Cesare Terranova (25 settembre 1979), cominciò a lavorare all'Ufficio istruzione. Il consigliere istruttore Rocco Chinnici gli affidò nel maggio '80 le indagini contro Rosario Spatola, vale a dire un processo che investiva anche la criminalità statunitense, e che, d'altra parte, aveva visto il procuratore Gaetano Costa - ucciso poi nel giugno successivo - ostacolato da alcuni sostituti, al momento della firma di una lunga serie di ordini di cattura. Proprio in questa prima esperienza egli avvertì come nel perseguire i reati e le attività di ordine mafioso occorresse avviare indagini patrimoniali e bancarie (anche oltre oceano), e come, soprattutto, occorresse la ricostruzione di un quadro complessivo, una visione organica delle connessioni, la cui assenza, in passato, aveva provocato la "raffica delle assoluzioni".
Il 29 luglio 1983 il consigliere Chinnici fu ucciso con la sua scorta, in via Pipitone Federico; lo sostituì Antonino Caponnetto, il quale riprese l'intento di assicurare agli inquirenti le condizioni più favorevoli nelle indagini sui delitti di mafia. Si costituì allora, per le necessità interne a queste indagini, il cosiddetto "pool antimafia", sul modello delle èquipes attive nel decennio precedente di fronte al fenomeno del terrorismo politico. Del gruppo faceva parte, oltre lo stesso Falcone, e i giudici Di Lello e Guarnotta, anche Paolo Borsellino, che aveva condotto l'inchiesta sull'omicidio, nel 1980, del capitano del Carabinieri Emanuele Basile.
Si può considerare una svolta, per la conoscenza non solo di determinati fatti di mafia, ma specialmente della struttura dell'organizzazione Cosa nostra, l'interrogatorio iniziato a Roma nel luglio '84 in presenza del sostituto procuratore Vincenzo Geraci e di Gianni De Gennaro, del Nucleo operativo della Criminalpol, del "pentito" Tommaso Buscetta.
I funzionani di Polizia Giuseppe Montana e Ninni Cassarà, stretti collaboratori di Falcone e Borsellino, furono uccisi nell'estate '85. Fu allora che si cominciò a temere per l'incolumità anche dei due magistrati. I quali furono indotti, per motivi di sicurezza, a soggiornare qualche tempo con le famiglie presso il carcere dell'Asinara.
Si giunse così - attraverso queste vicende drammatiche - alla sentenza di condanna a Cosa nostra del primo maxiprocesso, emessa il 16 dicembre 1987 dalla Corte di assise di Palermo, presidente Alfonso Giordano, dopo ventidue mesi di udienze e trentasci giorni di riunione in camera di consiglio. L'ordinanza di rinvio a giudizio per i 475 imputati era stata depositata dall'Ufficio istruzione agli inizi di novembre di due anni prima.
Gli avvenimenti successivi risentirono con tutta evidenza in senso negativo di tale successo. Nel gennaio il Consiglio superiore della magistratura preferì nominare a capo dell'Ufficio istruzione, in luogo di Caponnetto che aveva voluto lasciare l'incarico, il consigliere Antonino Meli. Il quale avocò a sè‚ tutti gli atti. Sopraggiunse poi un nuovo episodio ad accentuare ulteriormente le tensioni nell'ambito dell'Ufficio stesso, un episodio che ebbe gravissime conseguenze su tutte le indagini antimafia. In seguito alle confessioni del "pentito" catanese Antonino Calderone, che avevano determinato una lunga serie di arresti (comunemente nota come "blitz delle Madonie"), Il magistrato inquirente di Termini Imerese si ritenne incompetente, e trasmise gli atti all'Ufficio palermitano. Ma il Meli, in contrasto con i giudici del pool rinvio le carte a Termini, in quanto i reati sarebbero stati commessi in quella giurisdizione. La Cassazione, allo scorcio dell'88, ratificò l'opinione del consigliere istruttore, negando la struttura unitaria e verticisti delle organizzazioni criminose, e affermando che queste, considerate nel loro complesso, sono dotate di "un ampia sfera decisionale, operano in ambito territoriale diverso ed hanno preponderante diversificazione soggettiva". Questa decisione sanciva giuridicamente la frantumazione delle indagini, che l'esperienza di Palermo aveva inteso superare. Il 30 luglio Falcone richiese di essere destinato a un altro ufficio. In autunno Meli gli rivolse l'accusa d'aver favorito in qualche modo il cavaliere del lavoro di Catania Carmelo Costanzo, e quindi sciolse il pool, come Borsellino aveva previsto fin dall'estate in un pubblico intervento, peraltro censurato dal Consiglio superiore. I giudici Di Lello e Conte si dimisero per protesta.
Su tutta questa vicenda del resto, nel giugno '92, durante un dibattito promosso a Palermo dalla rivista "Micromega", Borsellino ebbe a ricordare: "La protervia del consigliere istruttore Meli l'intervento nefasto della Corte di cassazione cominciato allora e continuato fino a oggi, non impedirono a Falcone di continuare a lavorare con impegno". Nonostante simili avvenimenti, infatti, sempre nel corso dell'88, Falcone aveva realizzato una importante operazione in collaborazione con Rudolph Giuliani, procuratore distrettuale di New York, denominata "lron Tower": grazie alla quale furono colpite le famiglie dei Gambino e degli Inzerillo, coinvolte nel traffico di eroina.
Il 20 giugno '89 si verificò il fallito e oscuro attentato dell'Addaura presso Mondello; a proposito del quale Falcone affermò "Ci troviamo di fronte a menti raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l'impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno
spinto qualcuno ad assassinarmi". Seguì subito l'episodio, sconcertante, del cosiddetto "corvo", ossia di alcune lettere anonime dirette ad accusare astiosamente lo stesso Falcone e altri. Le indagini relative furono compiute anche dall'Alto commissario per la lotta alla mafia, guidato dal prefetto D. Sica.
Una settimana dopo l'attentato il Consiglio superiore decise la nomina di Falcone a procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo. Nel gennaio '90 egli coordinò un'inchiesta che portò all'arresto di quattordici trafficanti colombiani e siciliani, inchiesta che aveva preso l'avvio dalle confessioni del "pentito" Joe Cuffaro' il quale aveva rivelato che il mercantile Big John, battente bandiera cilena, aveva scaricato, nel gennaio '88, 596 chili di cocaina al largo delle coste di Castellammare del Golfo.
Nel corso dell'anno si sviluppa lo "scontro" con Leoluca Orlando, originato dall'incriminazione per calunnia nei confronti del "pentito" Pellegriti, il quale rivolgeva accuse al parlamentare europeo Salvo Lima. La polemica proseguì col ben noto argomento delle "carte nei cassetti": e che Falcone ritenne frutto di puro e semplice "cinismo politico".
Alle elezioni del 1990 dei membri togati del Consiglio superiore della magistratura, Falcone, fu candidato per le liste "Movimento per la giustizia" e "Proposta 88" (nella circostanza collegate), con esito però negativo.
Intanto, fattisi più aspri i dissensi con l'allora procuratore P. Giammanco - sia sul piano valutativo, sia su quello etico, nella conduzione delle inchieste - egli accolse l'invito del vice-presidente del Consiglio dei ministri, C. Martelli, che aveva assunto l'interim del Ministero di grazia e giustizia, a dirigere gli Affari penali del ministero, assumendosi l'onere di coordinare una vasta materia, dalle proposte di riforme legislative alla collaborazione internazionale. Si apriva così un periodo - dal marzo del 1991 alla morte - caratterizzato da una attività intensa, volta a rendere più efficace l'azione della magistratura nella lotta contro il crimine. Falcone si impegnò a portare a termine quanto riteneva condizione indispensabile del rinnovamento: e cioè la razionalizzazione dei rapporti tra pubblico ministero e polizia giudiziaria, e il coordinamento tra le varie procure. A quest'ultimo riguardo, caduta l'ipotesi iniziale, di affidare il delicato compito alle procure generali, la costituzione di procure distrettuali facenti capo ai procuratori della Repubblica parve la soluzione più idonea. Ma si poneva altresì l'istanza di un coordinamento di livello nazionale. Istituita nel novembre del '91 la Direzione nazionale antimafia, sulle funzioni di questa il giudice dunque si soffermò anche nel corso della sua audizione al Palazzo dei Marescialli del 22 marzo '92. "Io credo - egli chiarì in tale circostanza, secondo un resoconto della seduta pubblicato dal settimanale "L'Espresso" (7 giu. '92) - che il procuratore nazionale antimafia abbia il compito principale di rendere effettivo il coordinamento delle indagini, di garantire la funzionalità della polizia giudiziaria e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni. Ritengo che questo dovrebbe essere un organismo di supporto e di sostegno per l'attività investigativa che va svolta esclusivamente dalle procure distrettuali antimafia".
La sua candidatura a questi compiti, peraltro, fu ostacolata in seno al Consiglio superiore della magistratura, il cui plenum, tuttavia, non aveva ancora assunto una decisione definitiva, quando sopraggiunse la strage di Capaci del 23 maggio. Frattanto - giova ricordarlo - una sentenza della prima sezione penale della Corte suprema di cassazione il 30 gennaio, sotto la presidenza di Arnaldo Valente (relatore Schiavotti) aveva riconosciuto la struttura verticale di Cosa nostra, e quindi la responsabilità dei componenti della "cupola" per quei delitti compiuti dagli associati, che presuppongano una decisione al vertice; inoltre aveva ribadito la validità e l'importanza delle chiamate in correità.
Insieme a Falcone, a Capaci, persero la vita la moglie Francesca Morvilio, magistrato, e gli agenti di scorta Rocco Di Cillo, Vito Schifani e Antonio Montinaro. All'esecrazione dell'assassinio, il 4 giugno si unì il Senato degli Stati Uniti, con una risoluzione (la n. 308) intesa a rafforzare l'impegno del gruppo di lavoro italo-americano, di cui Falcone era componente.
(Profilo biografico tratto dal sito della Fondazione Giovanni e Francesca Falcone )
"Un uomo fa quello che è suo dovere fare, quali che siano le conseguenze personali, quali che siano gli ostacoli, i pericoli o le pressioni.
Questa è la base di tutta la moralità umana."
(J. F. Kennedy; citazione che Giovanni Falcone amava spesso riferire)

 


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GANDHI

Mahatma Gandhi
2 ottobre 1869 – 30 gennaio 1948
La Grande Anima
Mahatma Gandhi nelle opere letterarie
Libri in lingua inglese su Mahatma Gandhi
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Mohandas Karamchard Gandhi, detto il Mahatma (in sanscrito significa Grande Anima, soprannome datogli dal poeta indiano R. Tagore), è il fondatore della nonviolenza e il padre dell'indipendenza indiana.
Il nome Gandhi in lingua indiana significa 'droghiere': la sua famiglia dovette esercitare per un breve periodo un piccolo commercio di spezie.
Nato il 2 ottobre 1869 a Portbandar in India, dopo aver studiato nelle università di Ahmrdabad e Londra ed essersi laureato in giurisprudenza, esercita brevemente l'avvocatura a Bombay.
Di origini benestanti, nelle ultime generazioni la sua famiglia ricoprì alcune cariche importanti nelle corti del Kathiawar, tanto che il padre Mohandas Kaba Gandhi era stato primo ministro del principe Rajkot. I Gandhi tradizionalmente erano di religione Vaishnava; appartenevano cioè ad una setta Hindù con particolare devozione per Vishnù.

Nel 1893 si reca in Sud Africa con l'incarico di consulente legale per una ditta indiana: vi rimarrà per ventuno anni. Qui si scontra con una realtà terribile, in cui migliaia di immigrati indiani sono vittime della segregazione razziale. L'indignazione per le discriminazioni razziali subite dai suoi connazionali (e da lui stesso) da parte delle autorità britanniche, lo spingono alla lotta politica.

Il Mahatma si batte per il riconoscimento dei diritti dei suoi compatrioti e dal 1906 lancia, a livello di massa, il suo metodo di lotta basato sulla resistenza nonviolenta, denominato anche Satyagraha: una forma di non-collaborazione radicale con il governo britannico, concepita come mezzo di pressione di massa.
Gandhi giunge all'uguaglianza sociale e politica tramite le ribellioni pacifiche e le marce.
Alla fine il governo sudafricano attua importanti riforme a favore dei lavoratori indiani: eliminazione di parte delle vecchie leggi discriminatorie, riconoscimento ai nuovi immigrati della parità dei diritti e validità dei matrimoni religiosi.

Nel 1915 Gandhi torna in India dove circolano già da tempo fermenti di ribellione contro l'arroganza del dominio britannico, in particolare per la nuova legislazione agraria, che prevedeva il sequestro delle terre ai contadini in caso di scarso o mancato raccolto, e per la crisi dell'artigianato.
Diventa il leader del Partito del Congresso, partito che si batte per la liberazione dal colonialismo britannico.

Nel 1919 prende il via la prima grande campagna satyagraha di disobbedienza civile, che prevede il boicottaggio delle merci inglesi e il non-pagamento delle imposte. Il Mahatma subisce un processo ed è arrestato. Viene tenuto in carcere pochi mesi, ma una volta uscito riprende la sua battaglia con altri satyagraha. Nuovamente incarcerato e poi rilasciato, Gandhi partecipa alla Conferenza di Londra sul problema indiano, chiedendo l'indipendenza del suo paese.

Del 1930 è la terza campagna di resistenza. Organizza la marcia del sale: disobbedienza contro la tassa sul sale, la più iniqua perché colpiva soprattutto le classi povere. La campagna si allarga con il boicottaggio dei tessuti provenienti dall'estero. Gli inglesi arrestano Gandhi, sua moglie e altre 50.000 persone. Spesso incarcerato anche negli anni successivi, la "Grande Anima" risponde agli arresti con lunghissimi scioperi della fame (importante è quello che egli intraprende per richiamare l'attenzione sul problema della condizione degli intoccabili, la casta più bassa della società indiana).

All'inizio della Seconda Guerra Mondiale Gandhi decide di non sostenere l'Inghilterra se questa non garantirà all'India l'indipendenza. Il governo britannico reagisce con l'arresto di oltre 60.000 oppositori e dello stesso Mahatma, che è rilasciato dopo due anni.

Il 15 agosto 1947 l'India conquista l'indipendenza. Gandhi vive questo momento con dolore, pregando e digiunando. Il subcontinente indiano è diviso in due stati, India e Pakistan, la cui creazione sancisce la separazione fra indù e musulmani e culmina in una violenta guerra civile che costa, alla fine del 1947, quasi un milione di morti e sei milioni di profughi.

L'atteggiamento moderato di Gandhi sul problema della divisione del paese suscita l'odio di un fanatico indù che lo uccide il 30 gennaio 1948, durante un incontro di preghiera.

 

 



Mahatma Gandhi nelle opere letterarie
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Aforismi di Mahatma Gandhi
«Un genitore saggio lascia che i figli commettano errori.
E' bene che una volta ogni tanto si brucino le dita.»
«Un'onesta divergenza è spesso segno della salute del progresso.»
«Apprendere che nella battaglia della vita si può facilmente vincere l'odio con l'amore, la menzogna con la verità, la violenza con l'abnegazione dovrebbe essere un elemento fondamentale nell'educazione di un bambino.»
«Dobbiamo diventare il cambiamento che vogliamo vedere.»
«È meglio confessare i propri errori: ci si rtirova più forti.»
«Il mezzo può essere paragonato a un seme, il fine a un albero; e tra mezzo e fine vi è esattamente lo stesso inviolabile nesso che c'è tra seme e albero.»
«Il perdono è la qualità del coraggioso, non del codardo.»
«In democrazia nessun fatto di vita si sottrae alla politica.»
«Qualsiasi cosa tu faccia sarà insignificante, ma è molto importante che tu la faccia.»
«Acquistiamo il diritto di criticare severamente una persona solo quando riusciamo a convincerla del nostro affetto e della lealtà del nostro giudizio, e quando siamo sicuri di non rimanere irritati se il nostro giudizio non viene accettato o rispettato.»
Altri aforismi di Mahatma Gandhi

 


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CHICO MENDES

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STEVE BIKO

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ROSA PARKS

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SUB COMANDANTE MARCOS
 
PEPPINO IMPASTATO
 
ALCIDE CERVI, GENOEFFA COCCONI, GELINDO, ANTENORE, DIOMIRA, ALDO, FERDINANDO, RINA, AGOSTINO, OVIDIO ed ANTENORE CERVI.

LA STORIA DELLA FAMIGLIA CERVI

Conosciamo la storia della famiglia Cervi solo a partire dal padre di Alcide, Agostino Cervi. La famiglia Cervi dal 1893 lavora a mezzadria un podere in località Tagliavino di Campegine. Nel 1869 Agostino è uno dei protagonisti dei moti contro la tassa sul macinato, e passa sei mesi in carcere. Agostino Cervi e Virginia, sua moglie, hanno quattro figli: Pietro, Emilio, Alcide ed Ettore che è stato adottato. Nel 1899 Alcide Cervi sposa Genoeffa Cocconi di due anni più giovane di lui e tra il 1901 e il 1921 nascono nove figli, sette maschi e due femmine: Gelindo, Antenore, Diomira, Aldo, Ferdinando, Rina, Agostino, Ovidio ed Ettore. Nel 1920 Alcide Cervi esce dalla famiglia patriarcale del padre Agostino per formare la propria, e si trasferisce su un fondo a Olmo di Gattatico. Nel 1925 la sua famiglia si sposta su un fondo in località Quartieri, nella tenuta Valle Re di proprietà della contessa Levi SottoCasa, nel comune di Campegine.
Nel 1934 Alcide Cervi e i figli decidono di prendere un podere in affitto in località Campi Rossi, nel comune di Gattatico, rinunciando così alla condizione di mezzadri per quella di affittuari. La famiglia di Alcide Cervi, se nelle sue linee generali è riconducibile al modello patriarcale e solidale tipico delle famiglie contadine emiliano-romagnole, presenta però alcuni tratti di originalità: il protagonismo di alcuni dei figli, la forte personalità della madre Genoeffa Cocconi, la tendenza a prendere assieme le decisioni fondamentali. Questi caratteri specifici della famiglia dei Cervi hanno favorito e stimolato le innovazioni in ambito produttivo e la scelta di campo antifascista e partigiana che ha fatto di questa una famiglia contadina esemplare.
L'evoluzione della famiglia contadina dei Cervi si inserisce comunque in un processo più ampio che vede - a cavallo tra l'Ottocento e il Novecento, e con una forte accelerazione dopo la prima guerra mondiale - entrare progressivamente in crisi la struttura gerarchica e autoritaria delle famiglie contadine, ed affermarsi nelle campagne l'organizzazione socialista, fatta di cooperative, case del popolo, mutue, leghe di resistenza, camere del lavoro, protagoniste di numerose lotte per il rinnovo dei patti agrari. Il tutto in un quadro di profondo mutamento e modernizzazione dell'agricoltura emiliana.

 CONTADINI DI SCIENZA

La vicenda storica della famiglia Cervi parte dalla terra. I Cervi infatti sono una famiglia contadina, calata nel territorio e nella tradizione della media pianura padana, più precisamente la bassa reggiana. Nella loro casa, oggi trasformata in museo, è possibile percepire da subito questo carattere agricolo della loro identità: un luogo di memoria e di studio calato nella campagna coltivata, che ci parla di loro e del mondo contadino di cui facevano parte.
 



Alcide Cervi e Genoeffa Cocconi nascono negli ultimi decenni dell’800, nelle campagne tra Campegine e Gattatico. Hanno nove figli, sette maschi e due femmine: un numero non straordinario per le famiglie contadine di quel tempo, dove il nucleo domestico era una sorta di piccola società allargata a fratelli, nuore, zii e nipotini.
All’inizio del ‘900 la vita nei campi era dura e ai limiti della sopravvivenza, specialmente per quei contadini (ed erano la maggior parte) che non possedevano la terra che lavoravano. Era molto diffusa, infatti, la mezzadria: secondo questo contratto, gli agricoltori svolgevano tutto l’anno il proprio lavoro, per poi consegnare al padrone della terra la metà (spesso era una percentuale maggiore) dei raccolti. I mezzadri, per di più, erano costretti a trasferirsi molto spesso da un podere all’altro, senza mai la possibilità di costruire un futuro stabile per sé e per i propri figli.
Anche i Cervi erano stati mezzadri per lungo tempo: si erano stabiliti in diverse case e terreni delle campagne circostanti, ma costretti sempre al trasloco ogniqualvolta il contratto mezzadrile terminava, solitamente attorno alla metà di novembre. Ad ogni "San Martino" (l'11 di novembre, ndr), modo di dire ancora oggi in uso nella zona come sinonimo di trasloco, i mezzadri raccoglievano le poche masserizie di prorpietà, per trasferirsi altrove, e ricomincicare da capo il propio lavoro su una terra diversa. Per i Cervi, che avevano già sviluppato idee e progetti innovativi per la coltivazione e l'allevamento, significava una sofferenza ulteriore, da aggiungere alle difficoltà di sussitenza comuni a molti contadini. Fino al momento in cui la famiglia di Alcide arriva in questo grande podere, da tutti chiamato “ai Campi Rossi”.
Fu un grande salto di qualità: i Cervi lasciavano per sempre la mezzadria, per diventare affittuari. Il contratto prevedeva, cioè, che la famiglia, pur non essendo proprietaria, potesse condurre il fondo come meglio credeva, dopo aver pagato l’affitto al padrone. E’ il momento della svolta, l’occasione - per questa famiglia di contadini coraggiosi - di lavorare la terra e governare la stalla sulla base delle proprie idee all’avanguardia. I Cervi, infatti, non erano contadini che si accontentavano della sopravvivenza: avevano capito prima degli altri che per uscire dalla povertà e dallo sfruttamento occorreva soprattutto il cervello e la volontà, e non solo la fatica delle braccia. Con tale spirito arrivarono su questo podere dissestato, pronti a trasformarlo da cima fondo.
In casa di Alcide e Genoeffa era comune veder circolare libri ed opuscoli; nonostante la scolarizzazione nelle campagne fosse molto bassa a quel tempo, i loro figli erano stati allevati con l’amore per la lettura e il sapere. Una passione che i Cervi trasferirono subito nel loro lavoro, procurandosi volumi e pubblicazioni – per citarne alcuni – sulla coltivazione del frumento, sulla coltivazione e trasformazione dell’uva, e sulla grande passione di Ferdinando, l’allevamento delle api.
Contadini autodidatti che studiavano in proprio, dunque, attenti però ad ogni opportunità per crescere e formarsi, per imparare qualcosa di nuovo da sperimentare sul loro podere. E’ il caso dei numerosi corsi professionali e di specializzazione che i fratelli Cervi frequentano per migliorare conoscenze e applicazioni sia nei campi, sia nella stalla. Tutti i fratelli parteciparono ai corsi di formazione promossi nella zona, mentre il padre conseguiva diplomi e riconoscimenti che premiavano la "razionale conduzione del fondo" e la produttività.
Lo studio e la volontà di trasformare la propria condizione andando incontro al futuro iniziano a dare i propri frutti: a fianco della formazione teorica e degli studi agrari, i Cervi precorrono i tempi della meccanizzazione nelle campagne, con l’acquisto nel 1939 del trattore “Balilla” per il lavoro nei campi, tra i primi della zona. E’ il simbolo della scommessa sulla modernità, della voglia di progresso ed emancipazione, che non a caso è divenuto l'emblema del Museo Cervi oggi. Il trattore, oggi campeggia all'ingresso di Casa Cervi insieme al mappamondo di Aldo Cervi, che venne acquistato proprio insieme al trattore e incarna la grande apertura mentale, la curiosità intellettuale di questa famiglia fuori dal comune.
E’ soprattutto nella stalla, però, che si avvertono i maggiori benefici delle innovazioni applicate dai Cervi. Il latte è da sempre la vera “ricchezza” di queste terre, patria del Parmigiano-Reggiano, e la stalla rappresenta la cassaforte che custodisce la preziosa tradizione casearia reggiana. E’ qui, infatti, che anche i Cervi concentrano i propri maggiori sforzi, aumentando la produzione di latte e progettando nel 1938 il raddoppio del ricovero per il bestiame, realizzato poi nel 1941, che ancora oggi si può notare a partire dal secondo portico.
La stalla, insomma, è l’elemento attorno al quale ruota molta parte di questa vicenda esemplare: vanto della famiglia Cervi come agricoltori all’avanguardia, la stalla è più in generale il simbolo di questa terra ricca di tradizioni, dove il ricovero per le vacche non era soltanto il “cuore economico” della cascina di pianura, ma anche il centro della socialità rurale, il “salotto” della casa contadina. E’ qui che alcune delle lavorazioni invernali, come la filatura della canapa e il lavoro al telaio, avevano luogo. L’antica usanza di andér in filòs, l’abituale riunione delle famiglie contadine nelle stalle dei vicini, non era soltanto un’esigenza pratica – la stalla era l’unico ambiente caldo nelle serate d’inverno - ma una tradizione che rimanda alla trasmissione orale delle conoscenze e dei saperi, tra una generazione e l’altra, proprio tra quelle mucche che davano il principale sostentamento ai contadini della zona.
E proprio da qui si sviluppa la scelta consapevole dei Cervi: con “il cervello e la volontà”, il loro impegno per la giustizia si trasferirà dal lavoro alla politica, dalla stalla alla piazza.

 DALLA STALLA ALLA PIAZZA

La storia della famiglia Cervi non può essere disgiunta da quella del novecento italiano e della propria terra, la provincia rurale emiliana. In particolare a Reggio Emilia, a cavallo tra ottocento e novecento si sviluppa una fitta rete di associazionismo e solidarietà, guidata dall’esperienza politica socialista. Nelle campagne, dove è più forte il messaggio religioso, sono le parrocchie e le organizzazioni confessionali a costituire la trama sociale di riferimento per i contadini. Alcide Cervi nel 1921 è iscritto al Partito Popolare, di ispirazione cattolica, pochi mesi prima dell’avvento della dittatura fascista in Italia.
La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia che il regime distende sulla vita pubblica degli italiani. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, il terzogenito, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.
Essere antifascisti durante il regime, però, significava agire in stretta clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.
Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi, ben consci della dura vita nei campi, coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.
Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime. Uno dei più attivi insieme ad Aldo è Gelindo, il primogenito della famiglia: Già “ammonito” dalle autorità nel 1939 per la sua attività sediziosa, e successivamente incarcerato, Gelindo finisce in carcere anche nel 1942 (insieme al fratello Ferdinando), proprio per aver ostacolato l’ammasso della produzione agricola.
I Cervi non sono soli nella loro battaglia: altre famiglie e altri oppositori del fascismo collaborano con loro. Stringono rapporti soprattutto con la famiglia Sarzi, e in particolare con la giovane Lucia; le due famiglie, pur molto diverse tra loro (i Sarzi attori di teatro ambulanti, i Cervi contadini di scienza), condividono l’avversione per l’ingiustizia e si trovano fianco a fianco nell’attività clandestina.
Sarà la guerra ad accelerare gli eventi: trascinando l’Italia nel secondo conflitto mondiale nel 1940, il fascismo precipita la popolazione nella miseria e nella prostrazione. Mentre i soldati del Duce muoiono al fronte, il controllo del regime sul malcontento e la fame si sfalda, e prendono sempre più coraggio le voci degli antifascisti che chiedono, appunto, “Pane e Pace”. Il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pastasciutta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta del regime.
La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.
I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà dall’occupazione tedesca, e ancora una volta dal fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste. Iniziano la lotta armata a partire da questa casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani. La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.
E’ il 25 novembre dello stesso anno, quando tutta la “banda Cervi” viene sorpresa nella loro cascina ai Campi Rossi. I militi fascisti, dopo uno scontro a fuoco, appiccano un incendio al fienile e alla stalla. A questo punto la famiglia si arrende e i Cervi vengono trascinati via dai fascisti, lasciando nella casa che ancora brucia solo donne e bambini. I drammatici momenti di quella notte sono riportati con fredda precisione dal rapporto delle autorità locali.
I sette fratelli Cervi rimangono in carcere a Reggio sino al 28 dicembre, quando i fascisti decidono la loro fucilazione come rappresaglia ad un attentato dei partigiani. Nei ricordi di Papà Cervi, anch’egli imprigionato e ignaro della sorte dei figli, vi sono le ultime commoventi frasi di commiato di Gelindo e di Ettore, il più giovane dei sette.
L’estremo sacrificio dei sette fratelli Cervi e del loro compagno Quarto Camurri, consumato all’alba del 28 dicembre 1943 al poligono di Reggio Emilia, rappresenta uno spartiacque per la Resistenza reggiana: dapprima scompaginato dalla cattura e dalla barbara uccisione di quella che era di fatto la sua punta avanzata, il movimento partigiano si riorganizza, facendo di quel martirio un simbolo per gli altri resistenti. Molte altre vittime e fatti di sangue segnarono i venti lunghi mesi dell’occupazione nazifascista, come i massacri di Cervarolo e della Bettola, nella primavera-estate del ‘44. Seguendo anche l’esempio dei Cervi, la Resistenza reggiana istituisce una stamperia clandestina, per diffondere messaggi e volantini d’informazione, di incitamento alla lotta, di speranza. Soltanto il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, anche a Reggio Emilia, si potrà festeggiare, dopo tante sofferenze, la fine della guerra e l’inizio di una riconquistata libertà
Per la famiglia Cervi, la Liberazione è un momento di gioia, ma dal sapore diverso: dopo l’ennesima intimidazione dei fascisti alla famiglia, pur colpita già duramente dalla guerra, la madre Genoeffa Cocconi cede al dolore e si spegne nell’autunno del 1944, , lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide. Per papà Cervi e il resto della famiglia sarà possibile riavere le spoglie dei sette fratelli soltanto diversi mesi dopo il 25 aprile, per tributare loro le solenni esequie. Davanti alla folla silenziosa che si raduna a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ha la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”. Una coraggiosa dichiarazione d’intenti, che già apriva il futuro scenario del Museo Cervi come luogo di memoria e di studio.


 

tratto dal sito. www.fratellicervi.it

 
IQBAL MASIH
 

Chi era Iqbal Masih


Foto Iqbal Masih
Iqbal Masih nacque nel 1983 a Muridke, in Pakistan.
Aveva appena quattro anni quando iniziò a lavorare in una fornace di mattoni; a cinque anni suo padre lo affidò a un fabbricante di tappeti in cambio di 16 dollari, che gli servivano per pagare un debito contratto per finanziare il matrimonio del figlio maggiore.
Il bambino Iqbal lavorò per più di dodici ore al giorno per più di sei anni, picchiato, sgridato e incatenato al suo telaio, guadagnando una rupia al giorno (circa tre centesimi di euro).
Nel 1992 il Pakistan promulgò una legge contro il lavoro schiavizzato, ma i proprietari delle fabbriche continuavano a praticarlo. Nello stesso anno Iqbal, con altri bambini, uscì di nascosto dalla fabbrica di tappeti per assistere a una manifestazione organizzata dal Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato e, in quell’occasione, decise di raccontare la sua storia in pubblico. Il suo discorso spontaneo venne riportato dai giornali locali il giorno seguente.
Da allora la sua storia cambiò: con l’aiuto di un avvocato del Fronte di Liberazione dal Lavoro Schiavizzato scrisse una lettera di dimissioni al suo padrone. Conobbe il leader del Fronte, Eshan Ullah Khan, e cominciò a raccontare la sua storia sui teleschermi di tutto il mondo, diventando il simbolo e il portavoce del dramma dei bambini lavoratori.
Iqbal aveva 11 anni quando, a Stoccolma, raccontò la sua storia alla conferenza mondiale sull’infanzia.
A Boston ricevette una borsa di studio da un’università americana: con essa Iqbal voleva studiare da avvocato per poter aiutare i bambini costretti al lavoro.
Il 16 aprile 1995, domenica di Pasqua, a 12 anni, mentre correva in bicicletta nella sua città Muridke, dei sicari della mafia dei tappeti gli spararono, uccidendolo.
 

 
DON LORENZO MILANI
 

DON LORENZO MILANI
L'uscita dal casello di Barberino del Mugello sull'autostrada del Sole, una ventina di chilometri per arrivare a Vicchio. Quasi inaspettato, vicino alla ferrovia, il segnale: Barbiana. Un segnale che rincuora: "Se è così ben indicato, il paese non sarà così sperduto come qualcuno voleva far credere", si pensa.
Superato un ponticello, che fa oltrepassare il torrente Sieve, si arriva al bivio per Barbiana. Inizia la salita. La strada è perfino asfaltata. "Erano proprio dicerie, il solito vittimismo da prete". Continua la salita, per sei chilometri. Dopotre, l'asfalto scompare. La strada si trasforma in una specie di grossa mulattiera.
I segnali sono più radi. Sorge qualche dubbio che Barbiana esista. Chi ha coraggio continua ed arriva ad una croce. Un piccolo segnale in legno, scritto a mano e rotto, annuncia: Barb...
La chiesa e la canonica appaiono, dopo qualche metro, come fossero emerse dalla nebbia e dai boschi. Un piccolo pezzo di paradiso, al di là dei confini del mondo, piantato tra i monti e i sassi del Mugello. La casa più vicina ad almen mezzo chilometro, le altre sparse per i monti. Il paese non è che una chiesa, una canonica e un cimitero. E' questo il "penitenziario ecclesiastico" dove è stata relegata una delle menti più lucide e taglienti della Chiesa italiana: Lorenzo Carlo Domenico Milani Comparetti. E' Barbiana che fa capire il senso di una vita come quella di don Lorenzo Milani.
Come per Gramsci, si vuol bloccare un cervello scomodo, esigente, dogmatico, provocatore, violento, sovvertitore dell'ordine costituito. Tanto più pericoloso in quanto ortodosso e obbediente alla gerarchia della Chiesa, alla sua amatissima Chiesa.
Come fare? basta isolarlo, sterilizzarlo, precipitarlo al centro del Mugello. A Barbiana, appunto. Dove sarà priore.
A pochi giorni dal suo trasferimento da San Donato a Barbiana, don Lorenzo si rende conto della condanna che la Chiesa fiorentina ha emanato, e scrive: "...un prete isolato è inutile, è come farsi una sega. Non sta bene e non serve a niente e Dio non vuole". Ma chi è quest'uomo, questo prete che mette paura alla Chiesa italiana? questo prete che, nonostante tutto, non si allinea a certa sinistra di maniera e ideologicamente a dir poco confusa?
E' il figlio di una famiglia dell'alta borghesia intellettuale fiorentina. Una famiglia che per secoli ha sfornato docenti universitari e scienziati. Lorenzo nasce, in una sontuosa casa di Firenze, il 27 maggio del 1923 da Albano Milani, laureato in chimica, poeta, filologo, conoscitore di sei lingue, e da Alice Weiss, donna colta di origine ebrea. Ha un fratello maggiore, Adriano, e una sorella più piccola, Elena. L'antenato più illustre è il bisnonno Domenico Comparetti. Grande filologo, conosceva 19 lingue. Lorenzo è il classico figlio di signori. Un privilegiato.
Tra gli amici del piccolo Lorenzo: Luca Pavolini, futuro giornalista, e Bice Valori, attrice. Sergio Tofano, creatore del signor Bonaventura, scriveva testi teatrali per far giocare la cucciolata dei signorini che, insieme ai Milani, in estate trascorrevano le vacanze a Castiglioncello.
E la religione? La famiglia ha sostanzialmente un atteggiamento noncurante, agnostico, laico.
Tra i dieci e gli undici anni Lorenzo è colpito da irite, una malattia degli occhi.
A quattordici anni passa i mesi freddi in Riviera, a Savona, per una ricaduta della malattia. Un signorino male in arnese e malaticcio. Nel 1930 tutta la famiglia si trasferisce a Milano per ragioni economiche, ma se la passa sempre più che bene.
Il 29 giugno 1933 i coniugi Milani, che erano sposati civilmente, celebrano il matrimonio in chiesa e battezzano i tre figli, per timore delle leggi razziali. E' il '34. Lorenzo viene ammesso alla prima ginnasiale al "Berchet". Poi passa all'istituto "Zaccaria", dei barnabiti. Per tornare infine al "Berchet". Non fu mai uno studente modello.
Durante le vacanze, nella proprietà dei Milani a Gigliola (Montespertoli vicino Firenze), chiede, tra lo stupore della famiglia, di ricevere la prima comunione. Per ragioni di salute è costretto a tornare a Savona, in quinta ginnasio viene rimandato, con tre in italiano e quattro in latino. Una mezza tragedia per la famiglia. Ripara ad ottobre al "Berchet". La prima liceo è un'altra catastrofe. Decide, inusitatamente, di saltare una classe: si presenta agli esami di ammissione in terza da privatista e... li supera grazie ad un geniale tema di italiano.
Il 21 maggio '41 la guerra anticipa la chiusura delle scuole. Lorenzo viene dichiarato maturo ma rifiuta d'andare all'università come tradizione per i Milani. Lo scontro con la scuola italiana finisce qui, per ora. Tra gli amici di questo periodo i giornalisti e scrittori Oreste Del Buono e Saverio Tutino. Dopo la maturità, manifesta l'intenzione di dedicarsi alla pittura. Il padre la ritiene "una bambinata". In ogni caso, detto fatto, viene affidato alle cure del pittore Hans Joachim Staude, a Firenze.
E' tempo di guerra e di fame, vicino a piazza Pitti accade un episodio che lo segnerà profondamente. Lorenzo, mentre dipinge, si mette a mangiare un panino. Subito una donna del popolo lo apostrofa: "Non si viene a mangiare il pane bianco nelle strade dei poveri!". Torna a Milano ed apre uno studio da pittore. E' proprio attraverso una ricerca sui colori della liturgia cattolica che Lorenzo si avvicina in qualche modo alla Chiesa.
A Gigliola nel '42 trova un vecchio messale. "Ho letto la Messa. Ma sai che è più interessante dei Sei personaggi in cerca d'autore?", scrive all'amico Oreste Del Buono. Va ricordata la firma della lettera: "Lorenzino dio e pittore". E' ancora un giovane adolescente con manie di onnipotenza. Sempre di questi anni è l'amicizia con Carla Sborgi, con la quale "fu quasi fidanzato".
3 giugno '43, conversione ed incontro con don Raffaele Bensi, che ne diventerà il direttore spirituale. Al capezzale di un giovane sacerdote, Lorenzo annuncia a don Bensi: "Io prenderò il suo posto". Dopo una settimana riceve la cresima dal cardinale Elia Dalla Costa. Entra al seminario di Cestello in Oltrarno il 9 novembre '43 dove si sta "zitti in latino". Già si intravede il suo spirito schietto, ironico e spavaldo, ma "fanatico dell'osservanza della regola". Non mancano contrasti col rettore monsignor Giulio Lorini e con don Mario Tirapani, che da vicario generale della diocesi lo perseguiterà e lo farà confinare a Barbiana.
La famiglia non approva la scelta di vita religiosa del figlio. Alla cerimonia della tonsura, l'atto d'ingresso alla vita ecclesiastica, nessuno dei parenti sarà presente. Con il 1943 iniziano le persecuzioni contro gli ebrei a Firenze. Albano Milani aveva visto giusto. Nel referendum istituzionale del 2 giugno '46 Lorenzo Milani si schiera per la Repubblica, nonostante le raccomandazionicontrarie del cardinale. Il 13 luglio '47 a Santa Maria del Fiore viene ordinato sacerdote dal cardinale Dalla Costa.
E' una giornata di pioggia il 9 ottobre del '47, nel grosso borgo operaio di San Donato di Calenzano arriva il giovane cappellano don Milani che dovrà dare una mano al vecchio parroco Daniele Pugi. E' qui che inizia l'elaborazione del catechismo storico. E' qui che fonda la scuola popolare. E' qui che nasce il nucleo forte di Esperienze pastorali. Dopo il suo arrivo scrive alla madre: "Sicché ora sono felice e vorrei che tu lo fossi anche te". Il fatidico 18 aprile '48: la Dc alle elezioni, grazie anche alla mobilitazione delle parrocchie, stravince. Don Milani attraversa un paio di tornate elettorali non senza contrasti, pur attenendosi al diktat di far votare i cristiani della parrocchia per la Dc. Nel 1951 s'ammala di tubercolosi.
Muore Daniele Pugi, il "babbo - proposto", e don Milani viene esiliato: è nominato priore di Sant'Andrea a Barbiana, 475 metri sul livello del mare nei monti del Mugello, sopra Firenze. Il 6 dicembre 1954, ancora una giornata di pioggia, arriva a Barbiana. Non c'è la strada. Non c'è la luce. Non c'è l'acqua. Nella parrocchia, che doveva essere chiusa, vivono una manciata di famiglie sparse tra i monti.
Don Milani acquista subito un posto nel piccolo cimitero di montagna, dove poi verrà sepolto con i paramenti sacri e gli scarponi da montagna. Fonda una nuova scuola per i suoi ragazzi "montanini", dove i poveri imparano la lingua che sola li può render uguali. Un'esperienza unica nel suo genere e forse irripetibile. Sono molti gli intellettuali attratti dalla figura di don Milani e dalla sua scuola. Numerose le visite a Barbiana: da Pietro Ingrao al teorico della nonviolenza Aldo Capitini.
A marzo del '58 viene pubblicato Esperienze pastorali con l'imprimatur del cardinale. Il tema di fondo è la nuova pastorale utile a ricostruire un rapporto con la classe operaia, con i poveri. Tra gli estimatori del capolavoro di don Lorenzo: Luigi Einaudi, don Primo Mazzolari, monsignor Giulio Facibeni. Il libro suscita non poche polemiche. Il 15 dicembre dello stesso anno il Sant'Uffizio ordina il ritiro dal commercio dell'opera e ne proibisce ristampa e traduzione perché il testo è giudicato "inopportuno". Tirano la volata al Sant'Uffizio la Settimana del clero e Civiltà cattolica con due stroncature del libro.
Il 28 ottobre '58 diventa papa Giovanni XXIII che di lì a qualche anno convocherà il Concilio vaticano II (1962-'65). Una rivoluzione per la Chiesa. E' l'agosto del '59, don Lorenzo scrive a Nicola Pistelli, direttore di Politica, una rivista della sinistra cattolica, Un muro di foglio e di incenso. Uno straordinario documento che precorre la nuova impostazione conciliare sui rapporti interni alla Chiesa cattolica. Pistelli non ha il coraggio di pubblicarlo.
Intorno al '60 arrivano i primi sintomi del tumore ai polmoni: un linfogranuloma maligno. La malattia che lo porterà alla morte. Due anni dopo diventa vescovo di Firenze Ermenegildo Florit. 11 febbraio 1965, nel corso di un'assemblea i cappellani militari della Toscana in un comunicato definiscono l'obiezione di coscienza "espressione di viltà". Don Lorenzo elabora la Risposta ai cappellani militari, stampata in mille copie iniziali. Difende il diritto ad obiettare ma soprattutto il diritto a non obbedire acriticamente. La risposta viene pubblicata da Rinascita il 6 marzo. Esplode la polemica, il priore è minacciato di venir sospeso a divinis da Florit e denunciato, da alcuni ex combattenti, alla procura di Firenze.
Viene processato, insieme al vicedirettore responsabile di Rinascita, Luca Pavolini, per apologia di reato, a Roma dove si stampa la rivista comunista. In vista del processo, non potendo parteciparvi perché malato, prepara la Lettera ai giudici. Il 15 febbraio 1966 i giudici romani, dopo tre ore di camera di consiglio, assolvono Lorenzo Milani e Luca Pavolini perché il fatto non costituisce reato.
Don Lorenzo morirà prima del processo d'appello in cui la corte sentenzierà la condanna per Pavolini a cinque mesi e dieci giorni. Per il priore di Barbiana "il reato è estinto per morte del reo". Una condanna. Nonostante la grave malattia viene preparata la Lettera a una professoressa, contro la scuola classista che boccia i poveri. Una rampogna agli intellettuali al servizio di una sola classe. Un'opera scritta dalla scuola di Barbiana collettivamente e che verrà pubblicata a maggio del '67. I giudizi sulla scuola italiana sono trancianti, irrevocabili. La lettera verrà tradotta in tedesco, spagnolo, inglese e perfino giapponese.
Nel marzo '67 il priore si trasferisce in via Masaccio a Firenze a casa della madre. La malattia gli impedisce di parlare, comunica con dei biglietti. Due giorni prima di morire il "signorino" Milani borbotterà con la consueta ironia: "Un grande miracolo sta avvenendo in questa stanza: un cammello che passa per la cruna di un ago". Il 19 aprile scrive all'amica di gioventù Carla Sborgi, che aveva lasciato prima di entrare in seminario, e le chiede di correre a Firenze. Dopo pochi giorni lo raggiunge.
Muore il 26 giugno '67. Ad appena 44 anni. E' la vigilia di un '68 che non capirà mai fino in fondo don Milani. Proprio lui, così aspro e tagliente, lascia un commovente e dolcissimo testamento a due ragazzi della scuola di Barbiana, Francuccio e Michele Gesualdi, che il priore aveva praticamente adottato, e a Eda Pelagatti, la "perpetua", quasi una sorella, che l'aveva curato e seguito in tutta la sua vita di sacerdote. Il testamento parte con una sparata alla don Milani, ma poi si sgonfia, anzi... cresce e si illumina di tenerezza.
"Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non ho punti debiti verso di voi, ma solo crediti. Verso l'Eda invece ho solo debiti e nessun credito. Traetene le conseguenze sia sul piano affettivo che su quello economico.
Un abbraccio affettuoso, vostro
Lorenzo
Cari altri,
non vi offendete se non vi ho rammentato. Questo non è un documento importante, è solo un regolamento di conti di casa (le cose che avevo da dire le ho dette da vivo fino a annoiarvi).
Un abbraccio affettuoso, vostro
Lorenzo
Caro Michele, caro Francuccio, cari ragazzi,
non è vero che non ho debiti verso di voi. L'ho scritto per dar forza al discorso! Ho voluto più bene a voi che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto.
Un abbraccio, vostro
Lorenzo"
Don Milani non c'è più. Continua la provocazione
LETTERA AD UNA PROFESSORESSA
Com'è nata Lettera ad una professoressa
Di Sandra Gesualdi
Due ragazzi di Barbiana volevano dedicarsi all'insegnamento, per questo, dopo la licenza media, svolsero presso la scuola di Barbiana il programma del primo anno delle magistrali e a giugno scesero a Firenze per sostenere l'esame come privatisti. Furono entrambi respinti in modo umiliante.
Per la scuola di Barbiana fu un duro colpo. In 10 anni di vita mai i suoi ragazzi erano stati umiliati in modo così forte, eppure ogni anno si presentavano alla scuola di Stato per sostenere gli esami da privatisti per le medie e li superavano tutti brillantemente. Alcuni di questi ragazzi erano stati preparati proprio da quei due respinti.
Lo stato d'animo di don Lorenzo e dei suoi ragazzi, di fronte alla bocciatura, traspare bene da questa lettera che scrisse subito dopo ad un professore di un Istituto Magistrale del Piemonte, che aveva espresso la sua solidarietà a seguito del processo subito dal priore per aver difeso gli obiettori di coscienza.

Barbiana 7 dicembre 1965
Caro professore,
mi accorgo che lei è preside alle magistrali. La nostra tragedia, perchè l'istruzione che do io è disprezzata alle magistrali (e noi la ricambiamo con altrettanto disprezzo), ma diversi miei ragazzi vogliono dedicarsi all'insegnamento. Son corso a cercare le sue lettere precedenti ed ho visto che c'è una mezza promessa di venirci a trovare. La mantenga la prego. Basta che ci faccia un telegramma e le mandiamo una macchina a Firenze se preferisce o alla stazione di Vicchio. Vorrei che lei passasse qui una giornata intera o più giorni. Il difetto non è nostro, ma vostro perchè qui si imparano tutte cose importanti per essere domani maestri ed i ragazzi che escono di qui per fare i sindacalisti trionfano nell'ambiente. Quelli che vanno a lavorare all'estero in officina o anche in Italia si impegnano. Quelli che vanno alle magistrali vengono umiliati come ragazzini mentre vivono da anni (fin da piccoli) da adulti e adulti severi. Io vorrei che fossero interrogati da professori capaci di mettere in luce i loro valori e chiudere due occhi sulle anticaglie che ignorano. Poi vorrei che fossero interrogati da professori che onorano la maturità, la vocazione all'insegnamento, l'austerità di vita, l'analfabetismo dei genitori, la montagna con i suoi secoli di oppressione e di sofferenza, lo scrivere scarno e senza fantasie, la preparazione sindacale e politica, il coraggio di andare all'estero a 13,14,15 anni a lavorare e stringere la cinghia per conoscere a fondo lingue e mondi diversi.
Insomma io vorrei dei professori che accogliessero i miei ragazzi con riverenza e invece ho trovato solo pozzi di chiusura al mondo esterno. Forse lei non ci può fare nulla, ma venga almeno a parlarci di questo problema.
Un saluto affettuoso da me e dai ragazzi
suo Lorenzo Milani

Ancora non si parla della risposta pubblica della scuola di Barbiana, però già si avverte il padre, l'educatore, l'uomo di scuola ferito che sta meditando come reagire.
L'anno successivo i due ragazzi si ripresentarono a Firenze agli esami e vennero respinti nuovamente.
Don Lorenzo, riscrivendo allo stesso professore dice: "ai ragazzi di cui le parlai, sono stati duramente bocciati anche quest'anno (...).
Nel frattempo stiamo lavorando già da tre mesi alla vendetta. Penso che tra un paio di mesi sarà pronta. E' una lettera aperta a una professoressa bocciatrice. I ragazzi ci lavorano con una passione particolare".
Ma la prima volta che don Lorenzo accenna alla stesura della Lettera a una professoressa, è scrivendo il 14 luglio 1966 ad alcuni suoi ragazzi che si trovavano all'estero durante l'estate, per perfezionarsi nella lingua studiata. Quando i ragazzi erano fuori, tutti i giorni dovevano scrivere a Barbiana per raccontare le loro esperienze e tutti i giorni don Lorenzo rispondeva dando consigli, incoraggiando, guidando il ragazzo e informandolo sullo svolgimento della vita barbianese. Da questa corrispondenza emerge uno spaccato molto vivace della vita della comunità di Barbiana e poiché in questo periodo la stesura di Lettera a una professoressa assorbiva gran parte delle attività della scuola, quasi in ogni lettera don Lorenzo ne parlava.
Scriveva il 14 luglio: "Stiamo lavorando a una grande lettera come quella ai giudici. Questa è contro le professoresse. Enrico è lanciato e appassionato a scriverla".
E ancora, alcuni giorni dopo, il 18 luglio 1966: "La grande lettera è, se ancora non lo sai una lettera a una professoressa che bocciò il Biondo e Enrico lo scorso anno. Viene un'opera grandiosa. Forse un libretto".
In effetti, inizialmente don Lorenzo e i ragazzi pensavano di scrivere una lettera a una professoressa in carne ed ossa che più si era accanita contro quei due ragazzi, che aveva definito: "Senza basi e assolutamente impreparati". Solo cammin facendo, via via che si approfondiscono gli argomenti la lettera cresce, dalla protesta si passa all'accusa e dall'accusa di passa alla proposta. Sull'avanzamento dei lavori don Lorenzo continua a informare i suoi ragazzi fuori Barbiana, il 3 agosto scrive: "... Non ti possiamo mandare nulla della nostra grande lettera. Ti anticipo solo una frase molto espressiva: - La scuola sarà sempre meglio della merda - la dice un ragazzo per esprimere che prima di venire a scuola qui, doveva sconcimare la stalla a 36 mucche" e continua il 20 settembre 1966, in una lettera a Gosto che si trovava a Milano a fare tirocinio sindacale "Stiamo lavorando ad una importante lettera aperta alla professoressa che bocciò il Biondo e Enrico l'anno scorso. Le bocciature di quest'anno mi hanno rinfocolato la rabbia e penso che verrà fuori un capolavoro.
Del resto la - Lettera a una professoressa – sarà un canto di fede nella scuola e il manifesto del sindacato dei genitori di cui te e Michele sarete un giorno l'anima".
Alla fine del 1966 il libro ha già preso forma e don Lorenzo comincia a sottoporre il lavoro ad amici per avere consigli e suggerimenti e soprattutto per verificare se il testo era chiaro e comprensibile per tutti.
Il 30 ottobre 1966 scrive ancora: "Ieri sera è venuta la Fioretta, invitata da me per darci qualche notizia sulla scuola e per leggere un po' della - lettera - Alla fine gli s'è prestata una delle quattro copie che abbiamo perchè la leggesse oggi a un gruppo di operai genitori di bocciati e ci riferisca cosa capiscono e cosa no. Domani la rimanda indietro".
Poi invitò su don Borghi a leggere lo scritto e dare il suo parere. Don Lorenzo stimava molto don Borghi e lo riteneva il prete fiorentino che meglio conosceva la realtà degli operai e degli emarginati. Lui stesso era figlio di un barrocciaio.
La discussione si protrasse per molte ore, don Borghi sosteneva che il mondo sbagliato si cambia con la lotta degli operai nelle fabbriche e non poteva esaurirsi col solo impegno di vita nella scuola. Per lui, nella Lettera, era completamente assente l'importanza della formazione sociale, della fabbrica e della lotta di classe che lì si conduceva.
Quella discussione trova riferimento nel testo finale della lettera. Poi salirono a Barbiana anche padre Turoldo e tanti altri. "Oggi è venuto padre Turoldo con due preti – scriverà sempre ai ragazzi – si sganasciavano dalle risa a ogni parola grossa della lettera. E' molto simpatico e dice che ha ritrovato nella lettera tutta la sua gioventù di montanaro".
La documentazione statistica della lettera era affidata a Giancarlo, un ragazzo di 15 anni, che a Barbiana era soprannominato Tranquillo per via di quel suo carattere calmo, riflessivo e bonario.
Ogni tanto venivano su due professori di statistica per consigli; uno di loro così racconta uno di questi incontri "Andai su spesso con due miei amici assistenti di statistica presso l'Università di Firenze, chiamati da don Lorenzo, il quale voleva che lo studio nei riguardi della scuola dell'obbligo fosse svolto nel modo più rigoroso e non potesse essere minimamente attaccato in quella parte di documentazione statistica che era la base da cui il discorso veniva sviluppato".
Era proprio in questi momenti, in cui anche uno spicchio di arancio tenuto in bocca gli procurava una notevole sofferenza, che don Lorenzo discuteva sull'indice statistico da usare per meglio evidenziare un determinato fenomeno, o sulla rappresentanza grafica che risultasse più chiara agli occhi di coloro che non hanno mai visto un diagramma.
Dal letto dirigeva il lavoro dei suoi ragazzi cercando di cogliere da qualsiasi discorso fatto in sua presenza elementi utili da inserire nella lettera.
Un giorno in cui eravamo da lui, il discorso cadde sulle imposte ed in particolare su quelle di consumo. La loro grande diffusione dipende dal fatto che non ci si accorge di pagarle, come invece avviene quando ci rechiamo all'Esattoria con la relativa cartella e, pertanto dissi, sono state definite "indolori" dagli studiosi di scienza della finanza.
Quella frase lo colpì, prese un appunto e la volta successiva che tornai a trovarlo, nel testo di Lettera trovai inserito il riferimento alla nostra discussione.(1)
Don Lorenzo invece descriverà uno di quegli incontri così: "Domenica son tornati i due professori di statistica (non so se vi avevo detto che li avevo cercati tempo fa per consiglio). E' la terza volta che vengono. Si son messi al tavolo di fronte a me con Giancarlo e Giancarlo ha esposto le nostre ultime difficoltà. Io me ne sono stato tutta la sera in panciolle a godermi lo spettacolo. Ad un dato punto ho scritto un biglietto all'Adele – Venga a godersi lo spettacolo di Tranquillo che si mangia gli statistici come panini – Allora è venuta in camera anche l'Adele, Carlo e la Carla, e dopo due minuti son dovuti andare via dal ridere che gli si era preso. Tranquillo, tranquillissimo stava facendo lezione con un tono umile, sereno senza accorgersi che lo guardavamo e quei due poveri professori universitari si sprofondavano in scuse: - ma noi stiamo facendo perdere tempo. Non riusciamo ad esservi di nessun aiuto. Non potrebbe essere che le cose stiano così e così? – e lui tranquillissimo gli faceva notare che era l'ennesima corbelleria che dicevano. Quattro mesi fa Giancarlo era timido e piagnucolone e si considerava un uomo inferiore e sconfitto. Non m'importava nulla dei conti se non tornavano mi divertivo troppo per lui. Poi il giorno dopo ha ripreso in mano la situazione lui e ha risolto tutto il problema".
Questa lettera, come tutte le altre lettere dove don Lorenzo parla dell'impegno dei suoi ragazzi, emana un amore che spinge a vedere le cose attraverso i suoi figliuoli con la misura dei progressi fatti dopo le umiliazioni e le sconfitte subite e dimostra una paternità che va oltre il maestro. E' in questa ottica che deve essere letto Lettera a una professoressa.
Erano giorni in cui il priore stava particolarmente male, faceva scuola dal letto e passava quasi tutta la notte sveglio per i grandi dolori a tutto il corpo.
Allora si sedeva sul letto con dietro tre guanciali e scriveva per molte ore. La mattina con i pochi ragazzi rimasti correggeva, semplificava, riordinava.
(1) Da Testimonianze n. 100
In un'altra delle tante lettere scritte in questo periodo dice: "Nel silenzio di questa casa, quasi vuota lavoriamo molto alla lettera. Ieri l'ha letta l'Ammannati ed era d'accordo in tutto. A voi ancora non s'è potuta mandare perchè le quattro copie si adoperano ogni mattina nel lavoro che facciamo insieme e sono appena sufficienti, (una per me qui a letto e tre sul tavolo di fronte a me dove siedono il Biondo, Enrico, la Carla, l'Olga, Tranquillo e Cencio)".
Don Lorenzo parla della Lettera anche all'avvocato Gatti, che lo stava difendendo dall'incriminazione per la Lettera ai cappellani militari: "Stiamo lavorando da tre mesi a inguaiarci di nuovo: un grande lavoro molto più sentito per noi e molto più lavorato che non la lettera ai giudici. Questa è una lettera a una professoressa (che aveva la vocazione a fare il giudice e il boia come gran parte delle colleghe) che bocciò due miei ragazzi l'anno scorso. Penso che per gennaio sia pronta".
A gennaio il lavoro invece era solo a metà. Farà il punto in una lettera del 15 gennaio 1966 sempre ai suoi ragazzi all'estero: "Giancarlo seguita un nuovo lavoro statistico (confronto vecchia e nuova media), la Carla batte a macchina, l'Olga fa un interminabile lavoro statistico sull'età dei bocciati, (ci sono arrivati dati da varie scuole). Edoardo e Guido si son presi una parte per uno e hanno fatto l'elenco completo delle offese alle professoresse. Domani su questo elenco si vedrà se abbiamo esagerato o se sono tutte giustificate. Il Biondo ha le pagine (un capitolo delle medie) che sta buttando all'aria, Mauro sta segnando di due colori tutta l'ultima parte delle medie per distinguere negativo e positivo, cioè rimproveri e proposte. Da più parti ci hanno detto che l'ultima parte delle medie è un po' pesante. Michele sta leggendo le sue lettere da Stoccarda. Aldo ha passato le sere a fare un disegno a china. Cencio a leggerla per trovare parole difficili. La Andre anche lei a contare metodicamente centinaia di bocciati. E io a pancia all'aria a fare nulla".
L'elenco delle offese, insieme al testo furono mandate all'avv. Gatti per un parere, il quale fece diverse osservazioni, però furono accolti solo i consigli di chiarezza, mentre furono respinti quelli di prudenza a scapito della chiarezza.
Un giorno venne su Mauro, un ragazzo che aveva lasciato la scuola di Barbiana per tornare a Vicchio a lavorare, per leggere la lettera. "Ho scritto a Mauro – riferirà don Lorenzo nel novembre del 1966 – perchè venisse a leggere la lettera. Stamani finalmente è venuto. Se l'è letta tutta leccandosi i baffi come un goloso a mangiare qualcosa di buono. Se avrò lettori attenti come lui la lettera avrà un gran successo. Il suo commento è stato: non l'ha scritta mica per i professori, l'ha scritta per noi.
Mauro aveva 14 anni, svagato, allergico alla lettura. Era stato bocciato più volte a Vicchio in prima media, quando il padre lo portò a Barbiana. "Fu messo in seconda, la classe giusta per la sua età. E' stata la prima soddisfazione scolastica della sua povera vita. Se ne ricorderà un giorno sì e uno no", si dirà di lui in Lettera a una professoressa.
Infatti, Mauro con la sua storia scolastica è il Gianni del libro. Lo menziona lo stesso don Lorenzo in una lettera del 6 gennaio 1967 ai soliti ragazzi all'estero: "Ieri è tornato Mauro per leggere la parte della lettera che ancora non conosceva e per decidere se vuole che cambiamo il nome Mauro o no. In complesso s'è visto che gli piace l'idea di diventare personaggio di fama mondiale e per questo scopo passa sopra anche all'eventuale figuraccia che ci fa".
Poi invece il nome fu cambiato con Gianni.
Se il Gianni di Lettera a una professoressa è un ragazzo con una precisa fisionomia e una reale storia scolastica e umana alle spalle, lo stesso si può dire di "Pierino del dottore".
Quel Pierino sa tanto di autobiografico. Se sostituiamo Pierino del dottore con Lorenzino del dottore, viene fuori la storia del futuro priore di Barbiana. C'è un passaggio in Lettera a una professoressa che lo scolpisce senza possibilità di equivoci: "Povero Pierino mi fai quasi compassione, il privilegio lo hai pagato caro. Deformato dalla specializzazione, dai libri, dal contatto con gente tutta eguale. Perchè non vieni via? Lascia l'Università, le cariche, i partiti, mettiti soltanto a insegnare lingua solo e null'altro. Fai strada ai poveri senza farti strada. Smetti di leggere, sparisci. È l'ultima missione della tua classe".
È esattamente quello che aveva fatto Lorenzino del dottore.
Aveva lasciato la sua razza colta e borghese per abbracciare i poveri attraverso il sacerdozio testimoniando il Vangelo con la scuola. Una scuola iniziata a Barbiana con sei piccoli montanari. Là, su quella montagna vive dal di dentro i meccanismi che imprigionavano quei contadini e, come loro, tutti gli infelici del mondo in condizioni di inferiorità. Di fronte all'ingiustizia sociale che subiva la sua gente vibra di fede e di dolore e apre ai poveri lo scrigno dei segreti più gelosi custoditi dalla casta da cui proveniva: la cultura, il sapere, l'imparare a dominare la parola. Ed in questo impegna tutto il suo sacerdozio. Un impegno così forte ed esclusivo che diventa amore per la causa degli ultimi che si incarnavano nella gente che Dio gli aveva affidato. Un amore così intenso che gradualmente lo trasforma in uno di loro: vedeva le cose con lo stesso occhio del povero, pensava come loro, parlava scarno come loro. Da ultimo era proprio cambiato, cambiato dal di dentro e si era spogliato di tutto persino della firma di "Lettera a una professoressa" per non morire signore, cioè autore di libri.
Quando il libro stava per essere finito, don Lorenzo parlò con l'architetto Michelucci, noto a Firenze per aver progettato la stazione centrale e la chiesa dell'autostrada, per chiedergli di scrivere la prefazione. Don Lorenzo stimava Michelucci e lo riteneva, come lui, un cultore dell'arte anonima e del lavoro d'équipe. "Quando ho spiegato a Michelucci – scriverà ancora ai ragazzi – cosa dire è rimasto entusiasta. Come si costruisce un libro confrontando il nostro metodo di scrivere con uno studio di architetto: così avrà modo di spiegare in che senso sono l'autore e in che senso no".
Michelucci, sia pure tra qualche incertezza, accolse l'invito e scrisse una bozza di prefazione. Però fu giudicata dai barbianesi troppo difficile nel linguaggio per il libro. Tentarono di semplificare il testo secondo il loro stile, ma non se la sentirono di proporlo all'architetto e preferirono rinunciare alla prefazione.
La lettera fu consegnata alle stampe nel maggio 1967. Don Lorenzo moriva un mese dopo.
Quindi non ha goduto tutto il baccano che il libro ha sollevato. E di baccano ne ha sollevato e tanto. Con le sue novità, con le sue accuse, coi suoi argomenti stringenti, precisi, documentati, con le sue proposte e il suo linguaggio semplice ha saputo dire a tutti verità che molti intuivano, ma che pochi riuscivano ad esprimere.
In questi 40 anni non vi è stato convegno scolastico dove la "Lettera" non abbia fatto sentire la sua presenza. La stessa contestazione studentesca del 1968 ne portava il segno.
Gli anni successivi all'uscita del libro videro, nel bilancio dello Stato, la spesa per la Pubblica Istruzione crescere notevolmente. La partecipazione dei ragazzi alla frequenza della scuola dell'obbligo è facilitata. I Comuni istituiscono il servizio trasporti per gli alunni. Viene sperimentato un po' ovunque la scuola a tempo pieno. I Decreti Delegati aprono la scuola alla partecipazione dei genitori. Le bocciature tendono a ridursi notevolmente. Si apre una grande discussione sulle riforme proposte dal libro, soprattutto sul non bocciare nella scuola dell'obbligo.
Talvolta il problema è impostato in modo estraneo allo spirito della "Lettera", la quale afferma che la scuola dell'obbligo deve essere formativa e non selettiva, che il ragazzo ha diritto a 8 anni di scuola, non come frequenza, ma come compimento di un programma, che quando esistono disuguaglianze culturali tra ragazzi di provenienze sociali diverse tocca alla scuola sanarle e non scacciare prima del tempo il ragazzo in difficoltà nei campi e nelle fabbriche.
Però le disuguaglianze non si sanano, ma restano invariate se si sostituisce la selezione fatta con le bocciature con la selezione fatta di scuola peggiore, non esigente, povera di contenuti che non stimoli l'interesse dei ragazzi, che non li appassioni e non li renda liberi e protagonisti del loro futuro attraverso il sapere, il saper dire e lo scegliere.
In altri termini una scuola parcheggio che espone il ragazzo, che non ha alle spalle una famiglia capace di supplire alle carenze della scuola stessa, ad essere ferocemente selezionato al primo impatto con la vita.
Barbiana, ossia l'esperienza viva di Lettera a una professoressa, era un'altra cosa. Era studio duro 10 ore al giorno per tutti i giorni, compreso la domenica, le feste e l'estate. Era una scuola esigente, dagli interessi vasti, dove si approfondiva tutto a lungo e dove si indicava al ragazzo un obiettivo alto: studiare per uscire insieme dai problemi.

Dal maggio 1967 sono passati 40 anni e ci si domanda che cosa è rimasto, nella scuola, dei valori portanti di Lettera a una professoressa.
Questa edizione straordinaria, realizzata in occasione del suo 40mo anniversario, tenterà di dare una risposta. Lo farà attraverso la riproposizione di articoli di giornali, la pubblicazione di lettere di ragazzi, genitori e insegnanti giunte in questi anni a Barbiana da ogni parte d'Italia, di contributi di chi all'epoca si batteva per una scuola diversa e di personaggi della scuola di oggi.
Il volume sarà chiuso da Lamberto Pillonetto Preside del Liceo Primo Levi di Montebelluna, che esamina l'incidenza di Lettera a una professoressa sulla scuola in questi 40 anni e dall'intervento che il Ministro dell'Istruzione On. Giuseppe Fioroni tenne dopo la sua nomina, proprio a Barbiana, il 21 giugno 2006 in occasione della V marcia "Per la scuola di tutti e di ciascuno".
 


<<Dopo l'istituzione della scuola media a Vicchio arrivarono a Barbiana anche i ragazzi di paese. Tutti bocciati naturalmente.
Apparentemente il problema della timidezza per loro non esisteva. Ma erano contorti in altre cose.
Per esempio consideravano il gioco e le vacanze un diritto, la scuola un sacrificio. Non avevano mai sentito dire che a scuola si va per imparare e che andarci è un privilegio.

Il maestro per loro era dall'altra parte della barricata e conveniva ingannarlo.
Cercavano perfino di copiare. Gli ci volle del tempo per capire che non c'era registro.
Anche sul sesso gli stessi sotterfugi. Credevano che bisognasse parlarne di nascosto. Se vedevano un galletto su una gallina si davano le gomitate come se avessero visto un adulterio.

Comunque sul principio era l'unica materia scolastica che li svegliasse.
Avevamo un libro di anatomia. Si chiudevano a guardarlo in un cantuccio.
Due pagine erano tutte consumate.

Più tardi scoprirono che son belline anche le altre. Poi si accorsero che è bella anche la storia.
Qualcuno non s'è più fermato. Ora gli interessa tutto. Fa scuola ai più piccini, è diventato come noi.
Qualcuno invece siete riusciti a ghiacciarlo un'altra volta.

Delle bambine di paese non ne venne neanche una. Forse era la difficoltà della strada. Forse la mentalità dei genitori.

Credono che una donna possa vivere anche con un cervello di gallina. I maschi non le chiedono di essere intelligente.

E' razzismo anche questo. Ma su questo punto non abbiamo nulla da rimproverarvi. Le bambine le stimate più voi che i loro genitori.

Sandro aveva 15 anni. Alto un metro e settanta, umiliato, adulto. I professori l'avevano giudicato un cretino.

Volevano che ripetesse la prima per la terza volta.

Gianni aveva 14 anni. Svagato, allergico di natura. I professori l'avevano sentenziato un delinquente. E non avevano tutti i torti, ma non è un motivo per levarselo di torno.

Né l'uno né l'altro avevano intenzione di ripetere. Erano ridotti a desiderare l'officina. Sono venuti da noi solo perché noi ignoriamo le vostre bocciature e mettiamo ogni ragazzo nella classe giusta per la sua età.

Si mise Sandro in terza e Gianni in seconda. E' stata la prima soddisfazione scolastica della loro povera vita.

Sandro se ne ricorderà per sempre.

Gianni se ne ricorda un giorno sì e uno no.

La seconda soddisfazione fu di cambiare finalmente programma.

Voi li volevate tenere fermi alla ricerca della perfezione. Una perfezione che è assurda perché il ragazzo sente le stesse cose fino alla noia e intanto cresce. Le cose estano le stesse, ma cambia lui. Gli diventano puerili tra le mani.

Per esempio in prima gli avreste detto riletto per la seconda o terza volta la Piccola Fiammiferaia e la neve che fiocca fiocca fiocca. Invece in seconda ed in terza leggete roba scriba per adulti.
Gianni non sapeva mettere l'acca al verbo avere. Ma del mondo dei grandi sapeva tante cose. Del lavoro, delle famiglie, della vita del paese.

Qualche sera andava col babbo alla sezione comunista o alle sedute del Consiglio Comunale.
Voi coi greci e coi romani gli avete fatto odiare tutta la storia. Noi sull'ultima guerra si teneva quattro ore senza respirare.

A geografia gli avreste fatto l'Italia per la seconda volta. Avrebbe lasciato la scuola senza aver sentito rammentare tutto il resto del mondo.

Gli avreste fatto un danno grave. Anche solo per leggere il giornale.
Sandro in poco tempo s'appassionò a tutto. La mattina seguiva il programma di terza. Intanto prendeva nota delle cose che non sapeva e la sera frugava nei libri di seconda e di prima. A giugno il “cretino”; si presentò alla licenza e vi toccò passarlo.

Gianni fu più difficile. Dalla vostra scuola era uscito analfabeta e con l'odio per i libri.
Noi per lui si fecero acrobazie. Si riuscì a fargli amare non dico tutto, ma almeno qualche materia. Ci occorreva solo che lo riempiste di lodi e lo passaste in terza. Ci avremmo pensato noi a fargli amare anche il resto.

Ma agli esami una professoressa gli disse:- perché vai a scuola privata? Lo vedi che non ti sai esprimere?
Lo so anch'io che il Gianni non si sa esprimere.

Battiamoci il petto tutti quanti. Ma prima voi che l'avete buttato fuori di scuola l'anno prima.
Bella cura la vostra.

Del resto bisognerebbe intendersi su cosa sia lingua corretta. Le lingue le creano i poveri e poi seguitano a rinnovarle all'infinito. I ricchi le cristallizzano per poter sfottere chi non parla come loro. O per bocciarlo.

Voi dite che Pierino del dottore scrive bene. Per forza, parla come voi.

Appartiene alla ditta.

Invece la lingua che parla e scrive Gianni è quella del suo babbo. Quando Gianni era piccino chiamava la radio lalla. E il babbo serio:- Non si dice lalla, si dice aradio.

Ora, se è possibile, è bene che Gianni impari a dire anche radio. La vostra lingua potrebbe fargli comodo. Ma intanto non potete cacciarlo dalla scuola.

"Tutti i cittadini sono uguali senza distinzione di lingua"; . L'ha detto la Costituzione pensando a lui.>>


(da Lorenzo Milani, Lettera ad una professoressa, LIBRERIA ed. fiorentine, Firenze, pp 16-19)


Citazioni
Fondazione Don Lorenzo Milani
Non vedremo sbocciare dei santi finché non ci saremo costruiti dei giovani che vibrino di dolore e di fede pensando all’ingiustizia sociale.
Da Esperienze pastorali
Con la parola alla gente non gli si fa nulla. Sul piano divino ci vuole la grazia e sul piano umano ci vuole l’esempio.
Da Esperienze pastorali
Io al mio popolo gli ho tolto la pace: Non ho seminato che contrasti, discussioni, contrapposti schieramenti di pensiero. Ho sempre affrontato le anime e le situazioni con la durezza che si addice
al maestro. Non ho avuto né educazione né riguardo né tatto. Mi sono attirato addosso un mucchio di odio, ma non si può negare che tutto questo ha elevato il livello degli argomenti e di conversazione del mio popolo.
Da Esperienze pastorali
E qual’è mai il giornale che scrive per il fine che in teoria gli sarebbe primario cioè informare o non invece per quello di influenzare in una direzione.
Da Esperienze pastorali
Da bestia si può diventare uomini e da uomini si può diventare santi: Ma da bestia a santi con un solo passo non si può diventare.
Da Esperienze pastorali
Io non vendo le mie singole prestazioni ma vendo la mia vita intera a una comunità intera, e quello che faccio lo faccio per tutti eguali e non faccio piaceri speciali a nessuno, perchè tutti sono ugualmente miei figliuoli“.
Da Esperienze pastorali
Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l’avarizia.
Da Lettera a una professoressa
Se si perde loro (i ragazzi più difficili) la scuola non è più scuola. É un ospedale che cura i sani e respinge i malati.
Da Lettera a una professoressa
Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali. Da
Lettera ad una professoressa
Conoscere i ragazzi dei poveri e amare la politica è tutt’uno.
Da Lettera ad una professoressa
È solo la lingua che rende uguali. Uguale è chi sa esprimersi e intendere l’espressione altrui.
Da Lettera ad una professoressa
Non mi ribellerò mai alla chiesa, perchè ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la chiesa.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Quando ci si affanna a cercare apposta l’occasione pur di infilare la fede nei discorsi, si mostra d’averne poca, di pensare che la fede sia qualcosa di artificiale aggiunto alla vita e non invece ‹modo› di vivere e di pensare.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Dai superficialissimi giudizi che voi intellettuali osate farci sulle cose della vita reale e che per forza di cose non potrete mai palpare con mano, ma solo attraverso l’inchiostro e la rielaborazione intellettuale.
Da Lettera di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Mi fa tenerezza pensare come sei giovane per addentrarti nell’immensa solitudine di chi cerca solo di salvarsi l’anima. Ma solitudine per modo di dire. Si perde tutti i superiori, quasi tutti i confratelli, tutti i signori quasi tutti gli intellettuali e si trova in compenso tutti i poveri, gli analfabeti, i deficienti (mi ha fatto tanto ridere di gioia il sentire che a vespro non avevi che un deficiente. Io sono più in gamba di te, ne ho quattro. Molte domeniche non ho che loro e penso sempre che Dio mi deve volere molto bene se mi circonda di suoi elettissimi a quella maniera).
Lettera a don Ezio Palombo Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.
La scuola deve tendere tutto nell’attesa di quel giorno glorioso in cui lo scolaro migliore le dice: ‹Povera vecchia, non ti intendi più di nulla› e la scuola risponde con la rinuncia a conoscere i segreti del suo figliolo felice solo che il suo figliolo sia vivo e ribelle.
Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Ho badato a accettare in silenzio perchè volevo pagare i miei debiti con Dio, quelli che voi non conoscete. E Dio invece mi ha indebitato ancora di più: mi ha fatto accogliere dai poveri, mi ha avvolto nel loro affetto: Mi ha dato una famiglia grande, misericordiosa, legata a me da tenerissimi e insieme elevatissimi legali. Qualcosa che temo lei non ha mai avuto. E per questo m’è preso pietà di lei e ho deciso di risponderle. Lettera all’Arcivescovo di Firenze Card. Ermenegildo Florit
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.
Quando avrai perso la testa, come l’ho persa io, dietro poche decine di creature, troverai Dio come un premio.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
L’arte dello scrivere è la religione. Il desiderio di esprimere il nostro pensiero e di capire il pensiero altrui è l’amore. E il tentativo di esprimere le verità che solo si intuiscono e le fa trovare a noi e agli altri. Per cui essere maestro, essere sacerdote, essere cristiano, essere artista e essere amante e essere amato sono in pratica la stessa cosa. Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Ma il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, installato insieme la casa dei poveri nella reggia dei ricchi, ricordati Pipetta, non ti fidare di me, quel giorno ti tradirò. Quel giorno io non resterò lì con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te di fronte al mio signore crocefisso.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Il disoccupato e l’operaio d’oggi dovranno uscire dal cinema con la certezza che Gesù è vissuto in un mondo triste come il loro che ha come loro sentito che l’ingiustizia sociale è una bestemmia, come loro ha lottato per un mondo migliore.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana.
L’elemosina è orribile quando chi la fa crede d’essersi messo a posto davanti a Dio e agli uomini.
La politica è altrettanto orribile quando chi la fa crede d’essere dispensato dal sentir bruciare i bisogni immediati di quelli cui l’effetto della politica non è ancora arrivato: È evidente che oggi bisogna con una mano manovrare le leve profonde (politica, sindacato, scuola) e con l’altra le leve piccine ma immediate dell’elemosina,
Da Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana
ho voluto più bene a voi (ndr ragazzi) che a Dio, ma ho speranza che lui non stia attento a queste sottigliezze e abbia scritto tutto al suo conto. Da
Lettere di don Lorenzo priore di Barbiana
Dio non mi chiederà ragione del numero dei salvati, ma del numero degli evangelizzati.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Vuoi tu che i poveri regnino presto? Vuoi che regnino bene? Scrivi dunque o un libro per loro o un giornale per loro oppure fatti.. apostolo tra i tuoi compagni laureati cattolici per dare vita a una grandiosa scuola popolare a Firenze. Non come un dono da fare ai poveri, ma come un debito da pagare e un dono da ricevere.
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
T’ho scritto solo per metterti in guardia contro te stesso e per difendere la mia carissima moglie chiesa che amo tra infiniti litigi e contrasti (come ogni buon marito usa fare).
Da Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana
Su una parete della nostra scuola c’è scritto grande "I CARE". È il motto intraducibile dei giovani americani migliori: "me ne importa, mi sta a cuore". È il contrario esatto del motto fascista "me ne frego".
Da Lettera ai giudici
In quanto alla loro vita di giovani sovrani domani, non posso dire ai miei ragazzi che l’unico modo d’amare la legge è d’obbedirla. Posso solo dir loro che essi dovranno tenere in tale onore le leggi degli uomini da osservarle quando sono giuste (cioè quando sono la forza del debole). Quando invece vedranno che non sono giuste (cioè quando sanzionano il sopruso del forte) essi dovranno battersi perché siamo cambiate. La leva ufficiale per cambiare la legge è il voto. La Costituzione gli affianca anche la leva dello sciopero. Ma la leva vera di queste due leve del potere è influire con la parola e con l’esempio sugli altri votanti e scioperanti: E quando è l’ora non c’è scuola più grande che pagare di persona un’obiezione di coscienza. Cioè violare la legge di cui si ha coscienza che è cattiva e accettare la pena che essa prevede.
Da Lettera ai giudici
Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.
Da Lettera ai giudici
Se la vita è un bel dono di Dio non va buttata via e buttarla via è peccato. Se un’azione è inutile, è buttar via un bel dono di Dio. È un peccato gravissimo, io lo chiamo bestemmia del tempo. E mi pare una cosa orribile perché il tempo è poco, quando è passato non torna.
Da Una lezione alla scuola di Barbiana.

«Ho imparato che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne insieme è la politica, sortirne da soli è l'avarizia.» Da Lettera a una professoressa

TRATTO DAL SITO donlorenzomilani.it
 

 
DON PINO PUGLISI

La storia di DON PINO PUGLISI

Don Pino Puglisi naque in una borgata palermitana di Brancaccio il 15 settembre del 1937 è morto il 15 settembre 1993, entrò nel seminario nel 1953, nel 2 luglio 1960 ne sarebbe uscito prete il 29 settembre 1990, viene nominato parroco di San Gaetano, nel quartiere Brancaccio di Palermo, controllato dalla criminalita organizata attraverso i fratelli Graviano capi-mafia legati alla famiglia del boss Leoluca bagarella.
Appena arrivato inzia la lotta contro la mafia. Crea il Centro d’Accoglienza “Padre Nostro” dove i ragazzi giocano e imparano e rispettare le più elementari regole di convivenza. La mafia non vuole perchè non vuole perdere il potere, nemmeno sui ragazzi. Il 2 giugno qualcuno mura il portone del centro “Padre Nostro” con dei calcinacci, lasciandone gli attrezzi vicino la porta.
il 15 settembre 1993, il giorno del suo 56° compleanno viene ucciso dalla mafia, davanti al portone di casa. Il 19 giugno 1997 viene arrestato a Palermo il latitante Salvatore Grigoli, accusato di diversi omicidi tra cui quello di don Pino Puglisi. Poco dopo l’arresto Grigoli comincia a collaborare con la giustizia, confessando 46 omicidi tra cui quello di don Pugliesi. Grigoli, che era insieme a un altro killer, Gaspare Spatuzza, gli sparò un colpo alla nuca. Dopo l’arresto egli sembra intraprendere un cammino di pentimento e conversione.
Lui stesso ha raccontato le ultime parole di don Pino prima di essere ucciso: con un sorriso un po’ criptico disse “me lo aspettavo”. Condannato a 16 anni dalla corte d’ Assise di Palermo, è stato scarcerato nel 2000 dopo aver scontato una pena effettiva inferiore a due anni di reclusione. Mandanti dell’omicidio furono i capimafia Filippo e Giussepe Graviano, arrestati il 26 gennaio 1994.
Giuseppe Graviano viene condannato all’ergastolo per l’uccisione di don Puglisi il 5 ottobre 1999. Il fratello Filippo, dopo l’assoluzione in primo grado, viene condannato in appello all’ergastolo il19 febbraio 2001 . Condannati all’ergastolo dalla Corte d’assise di Palermo anche Gaspare Spatuzza, Nino Mangano, Cosimo Lo Nigro e Luigi Giacalone, gli altri componenti del commando che aspettò sotto casa il prete.

 

 
AUGUSTO CESAR SANDINO

Si compiono 76 anni dall'assassinio di Augusto César Sandino, Generale degli Uomini Liberi.

Il Nicaragua si appresta a ricordare, in questi giorni, i 76 anni dell'assassinio di Augusto César Sandino, l'uomo che insegnò ai nicaraguensi il cammino verso la dignità.

Il 21 febbraio di 1934, uscendo da una riunione con il presidente Juan Bautista Sacasa, il "Generale degli uomini liberi” fu catturato e successivamente assassinato dai soldati della Guardia Nazionale, secondo gli ordini del tristemente celebre Anastasio Somoza, allora capo del corpo armato.

Nato in Niquinohomo, nel dipartimento di Masaya, il 18 maggio di 1895, Augusto Nicolás Calderón Sandino , questo era il suo nome, lavorò da bambino come raccoglitore di caffè nelle piantagioni del Pacifico nicaraguense e più tardi si guadagnò da vivere con diversi mestieri. Come molti dei suoi compatrioti, emigrò nei paesi vicini alla ricerca di migliori opportunità, lavorando come meccanico in Costa Rica, nelle piantagioni dell'United Fruit in Honduras e Guatemala, prima di andare al Messico, dove trovò impiego presso le industrie petrolifere.

I primi decenni del secolo scorso furono segnati in Nicaragua, da una gran turbolenza politica che ebbe come principale elemento i diversi sbarchi delle truppe statunitensi e l'occupazione quasi permanente del paese da parte di Washington. In quello scenario, il giovane Sandino alimenta la sua formazione politica con le influenze di patrioti come Benjamín Zeledón che nel 1912 combattè gli invasori nordamericani morendo in combattimento nell’ottobre dello stesso anno.

Nel maggio del 1926 le truppe degli Stati Uniti tornano ad invadere il Nicaragua, questa volta sbarcando a Bluefields e dando quindi inizio alla guerra costituzionalista.

Sandino, allora in Messico, ritornò nel paese ed a ottobre intraprese la lotta armata ponendosi a capo di un gruppo di alcuni lavoratori delle miniere di San Albino. Negli anni che seguirono, nacque la leggenda di Augusto C. Sandino e del suo "piccolo esercito pazzo" decisi a non deporre le armi e continuare la guerriglia sino a che le truppe occupanti fossero nel territorio nazionale.

Nel gennaio 1933 finalmente gli invasori statunitensi si ritirarono dal paese. Giovanni Battista Sacasa assunse quindi la presidenza ed il generale Somoza la direzione della Guardia Nazionale.

Sandino, a febbraio firmerà a Managua il trattato di pace.

Tuttavia, il suo esempio di patriota irriducibile era molto difficile da sopportare sia dagli esponenti del regime asservito agli Stati Uniti, sia da Washington, che lo considerava un fattore di rischio per il controllo assoluto della nazione centroamericana.

Queste ragioni furono la causa del suo assassinio, il 21 febbraio, di cui Anastasio Somoza si rese responsabile e che consentirono al boia di venire scelto da Washington per governare il paese, iniziando così una dinastia dittatoriale che mantenne il Nicaragua soggiogato per più di 40 anni.

Quando accetta la riunione con Sacasa, Sandino nomina Ramón Raudales come capo del distaccamento di Wiwilí e si dirige verso Managua in compagnia di suo fratello Socrate e dei generali Estrada ed Umanzor, (16 febbraio).
Dichiara che la Guardia Nazionale è incostituzionale (17 febbraio).
Si riunisce infine con Sacasa e Somoza nella casa Casa Presidenziale (18 febbraio).
Il quotidiano La Prensa afferma che Sandino deve consegnare le armi senza condizioni (18 febbraio).
Sacasa nomina il generale Horacio Portocarrero delegato presidenziale nei dipartimenti del nord, con l'aperta opposizione di Somoza (20 febbraio).
Dopo una conversazione telefonica, Arthur Bliss Lane e Somoza concedono un'intervista (21 febbraio).
Successivamente Lane pranza, con Moncada.
Alle sei del pomeriggio, dello stesso giorno, Somoza si riunisce con sedici ufficiali della guardia nazionale per concludere il piano criminale.
Dopo una cena con Sacasa, Sandino scendendo dalla Casa Presidenziale, viene rapito e portato al campo di aviazione a nordest di Managua dove viene assassinato in compagnia del generale Francisco Estrada e Juan Pablo Umanzor (21 febbraio); pochi istanti prima, la stessa sorte toccò a suo fratello Sócrates.
La Guardia Nazionale attacca la cooperativa agricola di Sandino a Wiwilí.
Molti sandinisti vengono assassinati e il generale Abraham Rivera si arrende (3 marzo).
Il Congresso Nazionale approva un decreto di amnistia per coloro che commisero qualsiasi delitto dal 16 di febbraio del 1933 in avanti (25 di agosto).
(Sandinovive.org)

Questo è un anniversario in più, che celebra l'immortalità di Augusto César Sandino, eroe Nazionale; il popolo nicaraguense si prepara in numerose località del Paese, specialmente a Niquinohomo, per rendergli omaggio.


Tratto dal sito .www.resistenze.org
 

 
PADRE ALEX ZANOTELLI
 

La biografia
Chi è Alex Zanotelli
È l'ispiratore ed il fondatore di più movimenti italiani che hanno l'obiettivo di creare le condizioni della pace e di una società solidale in cui gli ultimi abbiano cittadinanza.
17 ottobre 2005
Fonte: http://www.terremadri.it/materiali/aree_geopolitiche/africa/kenya/zanotelli_ritratto.pdf
http://it.wikipedia.org/wiki/Alex_Zanotelli
Padre Alex Zanotelli è nato a Livo (Trento) il 26 agosto 1938, fa parte dell'ordine missionario dei Comboniani di Verona.
Gli studi ed il periodo statunitense
Dopo aver finito le medie ed iniziato le superiori si trasferì negli Stati Uniti a Cincinnati al fine di compiere gli studi di Teologia. Furono gli anni di John F. Kennedy e Martin Luther King che influenzarono notevolmente il giovane Alex. La sua formazione Teologica fu di scuola americana. Nel 1964, dopo aver completato gli studi di teologia a Cincinnati (Usa), venne ordinato sacerdote.
Dalla biografia scritta da Mario Lancisi si ricava una sintesi di quel periodo racchiusa in un pensiero: "La mamma lo ha sempre desiderato. Io non volevo né studiare, né diventare sacerdote. Quando ho preso la mia decisione, lei si è sobbarcata l'onere di trovare qualcosa in più per farmi studiare. Sentivo che la vita poteva avere un significato molto più largo, che la vita era bella se la si donava."
Il Sudan ed i Nuba
Come missionario comboniano partì per il Sudan meridionale, martoriato dalla guerra civile, dove rimase otto anni. Fu allontanato dal governo a causa della sua solidarietà con il popolo Nuba e della coraggiosa testimonianza cristiana. Il motivo dell'avversità governativa e di una parte della curia romana (una storia che ritornerà) e' stata la scelta, sempre nel rispetto ed in accordo con i vescovi, di officiare messe che attingevano agli usi e ai costumi africani. Cio' creava fastidi ai governanti sudanesi che vedevano una pericolosa commistione fra religione "straniera" e riti locali di un popolo osteggiato e a quanti a Roma facevano fatica ad accettare il Vaticano II. Le sue prediche erano di fuoco: denunciava le ingiustizie e metteva sotto accusa i responsabili del governo e dell’amministrazione corrotti, che intascavano i fondi destinati per lo sviluppo, sia locali sia provenienti da aiuti internazionali. Il suo obiettivo era applicare il Vangelo alla realtà storica in cui viveva: la sua formazione statunitense applicata agli schemi di corruzione africana.
Il periodo veronese e la direzione di Nigrizia
La casa madre dei comboniani di Verona era il luogo tranquillo dove si trovavano in maggioranza preti anziani di ritorno dalle missioni e una casa editrice con due giornali di punta: il Piccolo missionario e Nigrizia, una rivista che era una sorta di bollettino delle attività dell'ordine nelle missioni, nata nel 1883. Nel 1978 assume la direzione di Nigrizia e contribuisce a renderla sempre più un mensile di informazione, con un obiettivo che si puo' riassumere in una sua dichiarazione: «Essere al servizio dell'Africa, in particolare "voce dei senza voce", per una critica radicale al sistema politico-economico del nord del mondo che crea al Sud sempre nuova miseria e distrugge i valori africani più belli, autentici e profondi».
Con Zanotelli la rivista si sforza di valorizzare e far conoscere le teologie delle giovani Chiese del Terzo Mondo, come la teologia della liberazione, la teologia nera, la teologia africana, la teologia asiatica; afferma una nuova idea di “missione”, contestando quella tradizionale che si basava sull'esportazione di mezzi, capitali e cultura occidentali, senza la valorizzazione della cultura del luogo; pubblica infine notizie ostili ai governi africani, perché quel silenzio (voluto da alcuni per evitare pericoli ai missionari in Africa) “sarebbe stato complicità, crimine”.Per una decina di anni, Zanotelli prende posizioni sempre più precise e rivolgendosi all'opinione pubblica italiana, affrontando in maniera sistematica e con la collaborazione della rete dei missionari presenti sul territorio i temi del commercio delle armi, della cooperazione allo sviluppo, affaristica e lottizzata, dell'apartheid sudafricano.
Essere al centro di una rivista di punta associato al fatto di essere un leader naturale e carismatico, lo porta a ispirare e fondare con altri il movimento Beati i costruttori di pace, con cui ha condotto molte battaglie in nome della cultura della mondialità e per i diritti dei popoli.
Nel 1987 - su richiesta di esponenti politici e vaticani - Alex Zanotelli lascia la direzione di Nigrizia, dopo il licenziamento.
Fu un periodo di attacchi diretti alla sua persona, con l'obiettivo di estirpare, colpendo lui, un movimento che stava nascendo. Le sue denunce presero di mira esponenti di primo piano della classe politica di allora, da Andreotti a Spadolini, da Craxi a Piccoli. Denunce che di fatto anticipano la stagione di Tangentopoli. Le sue parole: “Tutto è cominciato nel gennaio 1985 con la pubblicazione dell’editoriale “Il volto italiano della fame africana”, una pesante denuncia del sistema di aiuti ai paesi del Terzo Mondo. Scoppiò un finimondo – racconta padre Alex -. Tangentopoli poteva scoppiare allora, c’erano già tutti gli elementi. Dalla fame passammo poi alle armi, ai problemi legati all’ambiente, insomma mettemmo a nudo il sistema. Spadolini sull’Espresso attaccò pesantemente i cosidetti preti rossi. Giunse persino ad accusarmi di incitamento alla delinquenza terroristica internazionale”. Il periodo 1985-87 fu di due anni di Mobbing, con un tentativo da parte del Vaticano e dei "vecchi missionari" di piegarlo o espellerlo dal sistema. Zanotelli lo definì "un periodo di grande sofferenza umana" in cui la sua crisi personale lo portò ai dubbi: "Sono davvero sicuro di aver detto la verità? E’ possibile che 50 milioni di italiani non vedano gli scandali?” La sua eredità culturale, raccolta dai
successivi direttori e redattori, continua a manifestarsi anche oggi.
Korogocho ovvero l'inferno
Nella lingua locale il nome Korogocho significa confusione, caos. Fino al 2001 Zanotelli rimase a Korogocho, una delle baraccopoli che attorniano Nairobi, la capitale del Kenya. Ha dato vita a piccole comunità cristiane, ma anche ad una cooperativa che si occupa del recupero di rifiuti e dà lavoro a numerosi baraccati; ha propiziato la nascita di Udada, una comunità di ex prostitute che aiuta le donne che vogliono uscire dal giro e, nello stesso tempo, si è battuto per le riforme che riguardano la distribuzione della terra, uno dei temi-chiave della politica keniana. Il degrado umano a Korogocho è spaventoso. Proprio a Korogocho una sua frase: “Forse Dio è malato” divenne il titolo del libro sull'africa di Walter Veltroni, che da ex segretario dei Ds, all’inizio del 2000, si recò in visita a Korogocho (unico leader politico che ha visitato la città oltre a Jesse Jackson il reverendo nero democratico statunitense). I mali di Dio, a Korogocho, si chiamano Aids, fame, prostituzione, droga, alcolismo, violenza. Sempre dalla biografia del giornalista del Tirreno Mario Lancisi, si hanno le riflessioni di Zanotelli sull'esistenza di Dio, che vanno oltre la frase ripresa da Veltroni: Alla domanda se abbia mai dubitato della sua esistenza, risponde: “Non una ma molte volte. Quando uno si trova in situazioni così assurde, davanti ad una sofferenza innocente, come è capitato a me a Korogocho, il primo dubbio che viene è proprio su Dio. Perché uno si chiede: ma se tu, Dio, ci sei, è impossibile che non intervenga di fronte ad una sofferenza così atroce. Ma oggi Dio è impotente, è malato. Potrà guarire solo quando guariremo noi. Solo noi oggi possiamo far qualcosa. Dio non può più. Ognuno di noi è importante perché vinca la vita...". Dio non è onnipotente? “Più ci rifletto e più mi convinco che forse Dio non è l’onnipotente che pensiamo noi. E’ il Dio della croce. Perché non ha ascoltato la preghiera di Gesù morente? E’ un mistero. Forse è un Dio debole, che si è autolimitato, che può salvarci solo attraverso di noi”.
La rete Lilliput
Durante l'anno sabbatico che trascorre in Italia, a cavallo del 95-96, mutuando forse dalla struttura di internet, Zanotelli lancia l’idea della Rete Lilliput. Lo fa durante una serie di incontri con alcune associazioni cattoliche, come ad esempio il gruppo Abele e la comunità romana di Capodarco. Fa sue ed elabora le riflessioni di Jeremy Brecher e Tim Costello nel loro libro. Dopo il suo ritorno in Italia, padre Alex diventa punto di riferimento del movimento new global e della Rete Lilliput pertecipando in prima persona alla organizzazione e gestione del Social Forum europeo di Firenze (6-10 novembre 2002), che sancisce la vittoria della linea di quelli si sono battuti, da Genova in poi, per eliminare la tentazione, da parte di minoranze del movimento new global, di scegliere la via violenta. A Firenze fu chiaro con le frange estreme ed espresse il concetto di civiltà della tenerezza: “La non violenza attiva non è pacifismo, è ben altra cosa. Ho cominciato leggendo Gandhi, Martin Luther King, Milani, Mazzolari e questi mi hanno aiutato a capire che era stato Gesù di Nazareth a praticare per primo la non violenza in quella Galilea schiacciata dall'imperialismo romano. Vi vorrei pregare, con tutto il cuore, di avere il coraggio di una scelta radicale di non violenza. Questo sistema è violento per natura. Noi dobbiamo costruire un sistema non violento, una civiltà della tenerezza”.
Il ritorno a Napoli
Attualmente vive nel quartiere Sanità di Napoli, uno dei simboli del degrado sociale del nostro Paese. In un contesto diverso, come a Korogocho, ha un solo obiettivo di fondo: “Aiutare la gente a rialzarsi, a riacquistare fiducia”.
I comitati campani "Allarme Rifiuti Tossici" e "Pace, Disarmo e Smilitarizzazione del Territorio" sono nati grazie all'idea ispiratrice di Padre Alex.

 

 
OSCAR ARNULFO ROMERO
 
 
PAOLO BORSELLINO
 
 
PIERPAOLO PASOLI
 

Corriere della Sera, 14 novembre 1974
Cos'è questo golpe? Io so
di Pier Paolo Pasolini
Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia.
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
Se egli vien messo a questo mandato viene considerato traditore del suo ruolo: si grida subito (come se non si aspettasse altro che questo) al "tradimento dei chierici" è un alibi e una gratificazione per i politici e per i servi del potere.
Ma non esiste solo il potere: esiste anche un'opposizione al potere. In Italia questa opposizione è così vasta e forte da essere un potere essa stessa: mi riferisco naturalmente al Partito comunista italiano.
È certo che in questo momento la presenza di un grande partito all'opposizione come è il Partito comunista italiano è la salvezza dell'Italia e delle sue povere istituzioni democratiche.
Il Partito comunista italiano è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante, un Paese umanistico in un Paese consumistico. In questi ultimi anni tra il Partito comunista italiano, inteso in senso autenticamente unitario - in un compatto "insieme" di dirigenti, base e votanti - e il resto dell'Italia, si è aperto un baratto: per cui il Partito comunista italiano è divenuto appunto un "Paese separato", un'isola. Ed è proprio per questo che esso può oggi avere rapporti stretti come non mai col potere effettivo, corrotto, inetto, degradato: ma si tratta di rapporti diplomatici, quasi da nazione a nazione. In realtà le due morali sono incommensurabili, intese nella loro concretezza, nella loro totalità. È possibile, proprio su queste basi, prospettare quel "compromesso", realistico, che forse salverebbe l'Italia dal completo sfacelo: "compromesso" che sarebbe però in realtà una "alleanza" tra due Stati confinanti, o tra due Stati incastrati uno nell'altro.
Ma proprio tutto ciò che di positivo ho detto sul Partito comunista italiano ne costituisce anche il momento relativamente negativo.
La divisione del Paese in due Paesi, uno affondato fino al collo nella degradazione e nella degenerazione, l'altro intatto e non compromesso, non può essere una ragione di pace e di costruttività.
Inoltre, concepita così come io l'ho qui delineata, credo oggettivamente, cioè come un Paese nel Paese, l'opposizione si identifica con un altro potere: che tuttavia è sempre potere.
Di conseguenza gli uomini politici di tale opposizione non possono non comportarsi anch'essi come uomini di potere.
Nel caso specifico, che in questo momento così drammaticamente ci riguarda, anch'essi hanno deferito all'intellettuale un mandato stabilito da loro. E, se l'intellettuale viene meno a questo mandato - puramente morale e ideologico - ecco che è, con somma soddisfazione di tutti, un traditore.
Ora, perché neanche gli uomini politici dell'opposizione, se hanno - come probabilmente hanno - prove o almeno indizi, non fanno i nomi dei responsabili reali, cioè politici, dei comici golpe e delle spaventose stragi di questi anni? È semplice: essi non li fanno nella misura in cui distinguono - a differenza di quanto farebbe un intellettuale - verità politica da pratica politica. E quindi, naturalmente, neanch'essi mettono al corrente di prove e indizi l'intellettuale non funzionario: non se lo sognano nemmeno, com'è del resto normale, data l'oggettiva situazione di fatto.
L'intellettuale deve continuare ad attenersi a quello che gli viene imposto come suo dovere, a iterare il proprio modo codificato di intervento.
Lo so bene che non è il caso - in questo particolare momento della storia italiana - di fare pubblicamente una mozione di sfiducia contro l'intera classe politica. Non è diplomatico, non è opportuno. Ma queste categorie della politica, non della verità politica: quella che - quando può e come può - l'impotente intellettuale è tenuto a servire.
Ebbene, proprio perché io non posso fare i nomi dei responsabili dei tentativi di colpo di Stato e delle stragi (e non al posto di questo) io non posso pronunciare la mia debole e ideale accusa contro l'intera classe politica italiana.
E io faccio in quanto io credo alla politica, credo nei principi "formali" della democrazia, credo nel Parlamento e credo nei partiti. E naturalmente attraverso la mia particolare ottica che è quella di un comunista.
Sono pronto a ritirare la mia mozione di sfiducia (anzi non aspetto altro che questo) solo quando un uomo politico - non per opportunità, cioè non perché sia venuto il momento, ma piuttosto per creare la possibilità di tale momento - deciderà di fare i nomi dei responsabili dei colpi di Stato e delle stragi, che evidentemente egli sa, come me, non può non avere prove, o almeno indizi.
Probabilmente - se il potere americano lo consentirà - magari decidendo "diplomaticamente" di concedere a un'altra democrazia ciò che la democrazia americana si è concessa a proposito di Nixon - questi nomi prima o poi saranno detti. Ma a dirli saranno uomini che hanno condiviso con essi il potere: come minori responsabili contro maggiori responsabili (e non è detto, come nel caso americano, che siano migliori). Questo sarebbe in definitiva il vero Colpo di Stato.

TRATTO DA corriere.it
 

 
IGNAZIO TRANQUILLI SILONE
 
 
DON ANDREA GALLO